“Lo stile di Rosetta e la potenza di Caligaris”, ce ne vogliono due di assi, nell’elogio della stampa internazionale, per fotografare la figura di Virgilio Maroso, uno dei campionissimi del Grande Torino, forse, in assoluto, l’elemento di maggior classe della squadra.
A fargli concorrenza su questo piano, Franco Ossola, coi suoi raffinati piedi “brasiliani” e Valentino Mazzola, la cui universalità nel riuscire a essere bravo in tutto, un po’ gli fa pagare dazio e lo lascia un lieve tratto indietro, sul piano dello stile puro, rispetto al giovane terzino, per molti inarrivabile.
Ricordare oggi come Maroso venne al Torino, non suscita soltanto un benevolo sorriso per la semplicità dei tempi, ma si rischia di essere tacciati di invenzione, per il gusto dell’eclatante. Già Mario Sperone, grande ex col radar dell’esperienza sempre acceso in cerca di talenti, ricordava di averlo scorto impegnato in qualche partitella, restandone impressionato, e non poco gli era spiaciuto, nell’occasione, non aver avuto l’opportunità di avvicinarlo.
Ma l’immagine di un giovane a cui c’era poco, se non nulla, da insegnare in fatto di tecnica calcistica, gli era rimasta ben impressa e gli aveva dato la caccia. Scovato al Madonna di Campagna, dopo avergli sussurrato paroline più che convincenti come Torino Calcio, Filadelfia, premio partita… lo aveva portato fra i boys granata per “poche lirette”, come Sperone stesso amava raccontare con vivo orgoglio.
Parlandone oggi, qualora il Torino avesse mai immaginato di cedere il proprio gioiello, ne avrebbe ricavata una plusvalenza da infarto. Certo, la cosa non sarebbe mai accaduta, giacché il presidente Novo i campioni se li teneva stretti, diversamente da molti altri presidenti, mossi da idee diverse.
Le brevi e poche cure somministrate sul prato del “Fila” da parte del tecnico delle giovanili Carlin Rocca consegnano prestissimo Maroso all’organico della prima squadra. Il ragazzo è pronto e l’esperienza all’Alessandria del grande Baloncieri per il Torneo di Guerra del 1944 non fa che confermarlo.
L’ultimo campionato regolare vinto dal Torino nel 1942-43 aveva messo in mostra un attacco atomico, ma una difesa non all’altezza, seppure di tutto rispetto. Necessitava pareggiare i livelli e soprattutto svecchiare. Con un coraggio che vien da dire impensabile, la dirigenza granata rinnova pressoché in toto il reparto, confermando il solo Grezar. Maroso, ventenne, parte titolare nel ruolo di difensore di sinistra.
Che sia un azzardo? si chiedono i tifosi. Abituati ai terzini arcigni e robusti del tempo, vedere le sue gambette a fil di ferro, il torace ancora in parte da sviluppare, l’intera struttura fisica ancora acerba, induce a pensarlo, un’impressione immediatamente smentita quando il ragazzo prende possesso del campo. Tutto cambia e si fa bellezza, arte calcistica.
L’innata eleganza con cui Maroso si muove, il tocco morbido dei piedi, specie il sinistro, quando incontrano il pallone sanno deliziare chi l’osserva. E tanto basta: mettere su ciccia si può fare frequentando buoni ristoranti, muoversi e giocare in quel modo non è merce che si possa comperare. Maroso gioca e lo fa bene.
A rendere ancora più evidente il suo stato di grazia nell’armonia del suo stare in campo, contribuisce, nella comparazione, il compagno che gli a fianco a destra nella linea dei terzini. Il roccioso Aldo Balarin ha anche lui stoffa da vendere, ma è di quella meno fina rispetto alle seterie messe in vetrina da Maroso.
Quanto Aldo gode la pugna, tanto Virgilio la evita, cercando nella rapidità e nell’anticipo la soluzione dei problemi. Lo scatto breve è fulmineo, l’entrata sempre puntale e corretta. In chi lo vede nasce a volte l’impressione che giochi sulle punte, come fosse un ballerino.
Quando l’avversario lo irrita, allora si mette lui a scherzarlo, come il gatto fa col topo, ma senza iattanza, semplicemente con la spontaneità che nasce dal suo talento.
Gioca terzino, Maroso, ma potrebbe giocare in ogni zona del campo. Se solo, al tempo, la squadra si fosse schierata con il “libero”, lui si sarebbe calato nel ruolo in modo superbo, uscendone non inferiore ai giganti dei nostri tempi come Scirea, Cravero, Baresi.
In cuor suo si sarebbe schierato in avanti, all’ala per segnare dei gol, affascinato e un poco invidioso della grande gioia che vedeva dipingersi sui volti dei compagni d’attacco quando riuscivano nell’impresa. Nel Toro, che gioca bloccato in un 3-4-3, avere l’opportunità di affacciarsi nell’area avversaria è cosa rara, dentro ci stanno già in tanti e i compagni di punta hanno il vizio di non prendersi mai una pausa!
Tuttavia la soddisfazione del gol Maroso la gode egualmente e in due circostanze. Nella prima provvede a farsi un regalo natalizio: il 28 dicembre del 1947, porta la sua firma il gol numero 6 (a zero) che la squadra rifila alla Triestina. Nella seconda, la maglia che indossa non è più quella granata, ma l’azzurra della Nazionale, impegnata a Genova contro il Portogallo.
Relegato all’ala per un infortunio muscolare, Maroso sa lo stesso cogliere l’attimo favorevole e mettere a segno quello che in gergo calcistico è il classico “gol, dello zoppo”. Lo fa, come già accaduto con la Triestina, realizzando la rete finale del match, un robusto 4-1, nell’infausta giornata in cui si racconta che capitan Mazzola promettesse a Ferreira, suo omologo portoghese, di portare il Torino a Lisbona.
Con l’infortunio Maroso ha dimestichezza. Una insidiosa pubalgia gli sottrae molte presenze, negandogli anche un maggior numero di gettoni in azzurro. Pozzo lo vorrebbe sempre in squadra: lo stima grandemente, al punto che, venendo meno alla sua solita parsimonia a proposito di giudizi, non esiterà a definire Maroso con queste parole: “Credo che Maroso sia stato il migliore, il più fine, il più tecnico difensore che l’Italia abbia avuto. Vero elemento di grande finezza, mai casuale nei suoi interventi, posso pensare soltanto a De Vecchi”.
E proprio con le parole del “figlio di Dio”, Renzo De Vecchi, in veste di giornalista, piace chiudere queste brevi note sul grande Virgilio Maroso: “Il suo gioco è un esempio pratico di calma e potenza. Magnifico colpitore, ottimo nel gioco di testa; abilissimo nel piazzamento, che sembra il frutto di un accurato studio; possente nella falcata che gli consente degli straordinari recuperi. Desta meraviglia per il suo stile, per la sua efficacia, per il suo intuito”.
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