Valerio Bacigalupo, detto “Baci”

"Quando Valerio è in “palla”, sfodera un repertorio da grande numero uno: intuito, riflessi, colpo di reni straordinario, personalità".

“Direi che ci siamo, Valerio lo portiamo con noi in Svizzera”, con queste parole del presidente Novo, che trovano concordi il neo allenatore granata Luigi Ferrero e il d.s. Riccardo Copernico, prende il via la meravigliosa parabola calcistica di Bacigalupo con la maglia granata. È il Torino a ricucire gli strappi, sportivi e non, che la guerra si era portata dietro.

Accetta l’invito del Losanna, nella vicina Svizzera, e si fa portabandiera del rinato calcio italiano a livello internazionale. È il settembre del 1945, “Baci” come, sbrigativamente, prenderanno a chiamarlo i tifosi granata, ha appena sforato i vent’anni, ma a detta della dirigenza è già un portiere bell’e che fatto.

D’altra parte, il titolare Alfredo Bodoira, ha i suoi begli anni e urge un ricambio, anche se affidare la porta dei campioni d’Italia uscenti (grazie alla vittoria dell’ultimo campionato, quello del 1942-43, prima della sosta forzata) a un “pivello” sembra un azzardo. Ma nel Torino di questi anni azzardare è parola d’ordine.

Per la ripresa del campionato (1945-46) salta l’intera retroguardia; il solo a salvarsi è Grezar, gli altri sono tutti nuovi: Ballarin, Maroso, Rigamonti e Castigliano, che si aggiungono, appunto, a Bacigalupo.

Da parte sua “Baci” non ha problemi, sa il fatto suo, è sicuro di sé e delle sue doti. Ad affinarle non ci ha solo pensato la spiaggia di Vado dove è nato, ultimo di una famiglia numerosissima, rendendogli le caviglie elastiche come molle, ma la buona volontà e la conoscenza del ruolo del fratello maggiore Manlio, portiere di ottimo livello, una carriera quasi interamente trascorsa in squadre liguri, salvo un triennio di militanza al Venezia e una manciata di gettoni durante il servizio militare – guarda il destino – proprio con il Torino, di Baloncieri e compagni, tricolore del 1927-28!

A Losanna, con tanto di coppola in testa, guanti e cavigliere, Bacigalupo subentra nella ripresa a Bodoira e se la cava. Il primo a fargli i complimenti è Mario Rigamonti, un altro giovanissimo, cresciuto al Filadelfia, che prova un’immediata simpatia per il nuovo compagno. Con l’arrivo di Danilo Martelli, questi tre splendidi scapoli, formeranno un terzetto passato alla storia del Grande Torino come il “trio Nizza”, dal nome della strada cittadina dove stavano a pigione.

Un po’ scettico era invece il capitano, Valentino Mazzola: il suo orgoglio gli sottolineava che c’era uno scudetto da difendere e che, in aggiunta, con il passaggio dal metodo al sistema, sarebbe forse stato meglio ingaggiare un portiere più navigato. Rifletteva su questo, Mazzola, considerando che la statica figura del portiere di un tempo doveva ormai essere un ricordo per lasciare posto a un atleta sì scattante e intuitivo, ma pure esperto, capace di guidare la difesa e di “uscire”, arditezze che prima solo raramente, se non per caso, erano interpretate dai portieri vecchia maniera.

Ma, una volta tanto, Valentino si sbagliava. Bacigalupo superò ogni aspettativa, dimostrandosi un portiere moderno, pienamente inserito nel ruolo imposto dal modo di giocare della squadra. Anzi, c’erano volte in cui addirittura veniva criticato per quel suo vagabondare nell’area piccola, al punto che qualche osservatore lo battezzò “peripatetico”. Lui replicava: “Esco molto, è vero; ma è il sistema che porta sovente a situazioni che per noi portieri sono, come dire, imbarazzanti, situazioni che però una franca e rapida corsa fuori dai pali è in grado il più delle volte di risolvere nel migliore dei modi”.

L’esordio in campionato lo mortifica: il Toro le prende dalla Juve (2-1) e il punto vincente lo segna Silvio Piola, passato dal granata al bianconero, su calcio di rigore. Una disdetta per Valerio, che con i penalty ha una certa confidenza e sovente sa come neutralizzarli. Ma è questione breve, la fiducia sua e degli altri verso di lui aumenta di partita in partita, con Aldo Ballarin, il terzino suo angelo custode di destra, non salta una gara: 40 ce ne sono e 40 lui fa.

Inutile sottolineare come il presidente Novo abbia vinto la scommessa. Vero che a proteggerlo c’è una difesa subito entrata in sintonia, malgrado la rivoluzione, ma è altrettanto indubbio che lui ci mette tanto del suo per rendere la porta granata la meno battuta.

Quando Valerio è in “palla”, sfodera un repertorio da grande numero uno: intuito, riflessi, colpo di reni straordinario, personalità. Arrivare all’azzurro è conseguenza della sua bravura. Vittorio Pozzo, il d.t., lo premia facendolo esordire sul finire del 1947 a Bari, ospite la Cecoslovacchia per una bella vittoria. Valerio giocherà altri quattro incontri in Nazionale, riportando però un forte rammarico per essere l’unico assente del Grande Torino (il posto in porta è occupato dallo juventino Sentimenti IV) nel match vinto 3-2 contro l’Ungheria, disputato proprio a Torino.

Quando le cose non girano, la consolazione gliela offre l’amicizia, fraterna e goliardica, con Rigamonti e Martelli e il pensiero fisso dei rinati Campionati del Mondo che lo attendono in Brasile nell’estate del 1950. “Ragazzi – diceva ai compari – facciamo una puntatina in Brasile, vinciamo e ci portiamo a casa la Coppa del Mondo”. Tutto svanito a Superga. E pensare che solo pochi giorni prima della tragedia, a San Siro contro l’Inter, nell’ultima partita italiana dei Campionissimi, proprio lui era stato il meraviglioso protagonista del match, parando tutto il parabile e ancora un po’. Una gara superba, degna di un autentico fuoriclasse.

Nella sua militanza in granata Bacigalupo conquista gli ultimi 4 scudetti del Grande Torino (1945-49) e raccoglie 5 maglie azzurre.

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