“Questa volta, guai a chi ce lo tocca!”. Lo gridano giocatori e tifosi il 15 luglio 1928.
Con l’odierna vittoria sul Genoa, immediato inseguitore, il Torino, cui non resta che l’ultima partita in casa Milan, si fregia del titolo di Campione d’Italia 1927-28. Se a novembre non ci fosse stata la revoca del tricolore vinto nella stagione precedente, il palmares granata conterebbe due massimi allori. Baloncieri e compagni escono radiosi da questo meraviglioso bis, dimostrando al mondo calcistico nazionale di essere, oggi come ieri, i più forti sul campo.
L’umiliazione di vedersi rimuovere il fregio tricolore dalle maglie, aveva acceso gli animi dei giocatori granata, consapevoli di aver meritato, non certo per losche manovre, ma per l’alta qualità del loro gioco. Scrive Renato Casalbore: “Con questo Torino il rinnovamento tecnico del calcio in Italia ha raggiunto i vertici della perfezione. L’urto degli uomini cade davanti alla forza realizzatrice dello stile”.
Giudicatela come volete, ora, questa squadra che conquista e riconquista il titolo di campione, ma sareste ingenerosi se dimenticaste che le ore più belle, alle masse sportive sono state offerte dal gioco che essa ha saputo svolgere in tante partite indimenticabili”.
Proprio quel che accade al Filadelfia, ospite il forte Genoa che si presenta con la forte ambizione di uscirne vittorioso. Una presunzione che non tiene conto dell’ardore con cui il Torino si appresta a scendere in campo, mosso soltanto da un’idea: la vittoria. Un imperativo che svolge immediata la sua trama: dopo un lampo i granata sono già avanti di due gol!
Primo minuto: il Torino batte l’inizio, la discesa verso la porta è travolgente, Sperone indirizza la palla sulla sinistra per Libonatti, già ai margini dell’area: il suo tiro è un portento di potenza e precisione, con al palla che si infila nell’angolo a sinistra del portiere De Prà.
Secondo minuto: micidiale uno-due. Palla al centro, Baloncieri carpisce la palla a un genoano e punta la porta, quindi, sconcertando completamente la difesa, allunga all’ala destra; Vezzani riceve e segna imparabilmente. Come a dire: pratica conclusa.
Ed è così anche se De Prà dovrà chinarsi altre due volte a raccogliere il pallone in fondo alla sua rete per i “confetti” ancora di Libonatti e Baloncieri. Il gol bandiera degli sconfitti porta la firma del nazionale Felice Levratto, il cannoniere dal tiro esplosivo, lo sfondatore di reti. Il finale di gara è tutto suo, ma non per meriti calcistici.
Rabbuiato per la severa sconfitta, gioca con nervosismo e, nella foga, con qualche spintone in più. Per questo, il pubblico del “Fila”, esaltato dalla gran prestazione dei granata, lo “becca” ogni volta che tocca palla. Certo, non è galanteria fischiare un campione, ma ci sta. Levratto però è di parere opposto e, per la rabbia, si fa cacciare dall’arbitro.
Mentre sta avviandosi verso lo spogliatoio, adocchiato un tifoso che gli inveisce contro, mosso da un furore titanico, compie un gesto inatteso: balza verso la rete che separa il campo dal pubblico, la valica con un salto degno di un campione di atletica, piomba fra gli spettatori come un toro infuriato e mena pugni e calci all’impazzata.
La cronaca del giorno dopo, riporta, incredula: “L’inconsulta azione di Levratto avviene in tre tempi. Nel primo, abbatte quanti trova sulla sua via. Nel secondo, quando sta arrivando la reazione della gente, solo il contegno eroico di un centurione della milizia ferroviaria impedisce che essa assuma forma concreta.
Nel trezo un manipolo di carabinieri e militi si rendono padroni della situazione e il furibondo viene trascinato via fra la confusione generale”.
Inutile dire, che dopo tanto clamore, la fine del match è accolta con sollievo dal pubblico che applaude entusiasticamente la squadra vincente: evviva per il Toro campione!



