Carapellese nasce a Cerignola, nella provincia di Foggia, nel luglio del 1922. La città, che diventerà celebre anche per merito suo, lo è già per la produzione di prelibate gigantesche olive e perché il musicista Pietro Mascagni compose la sua Cavalleria proprio nel periodo di qualche anno trascorso a Cerignola.
Riccardo è un ragazzo vivace, un po’ scapestrato, uno zingarello, che vuole dare libero sfogo alla sua libertà. Il pallone ce l’ha nel sangue come un istinto interiore.
Quando la famiglia si trasferisce al nord, a Torino, appena in età si presenta al Filadelfia dove viene immediatamente tesserato, riconosciute le sue qualità indubbie. Gioca all’attacco e mostra un senso del dribbling fuori dal comune.
Sono gli anni della nascita e della crescita del Grande Torino. Trovare spazio nella squadra dei Campionissimi è impossibile. E poi Riccardo è sì bravo ma deve ancora farsi, se non tecnicamente ché già possiede quel che gli serve per emergere, di certo sotto il profilo della personalità nello stare in campo.
Al Filadelfia, ci sono volte in cui, alla fine dell’allenamento, Valentino Mazzola, che lo stima per le sue qualità, se lo prende sotto braccio e lo invita a non demordere, a non scoraggiarsi e a perseguire il suo sogno di diventare un bravo calciatore, mostrandosi come esempio. Momenti di tenerezza che gli restano nel cuore. Ma in prima squadra non c’è posto.
L’occasione del servizio militare che lo porta in quel di Spezia, gli permette di accasarsi nella compagine locale che milita in Serie B. In squadra ci sono fior di giocatori, celebre, fra loro, il trio delle tre “C”, composto da Castigliano, Costa e Costanzo, che a metà campionato diventano 4 con l’aggiunta di “Carappa”, come tutti lo chiamano, ormai diventato titolare.
Quando la guerra blocca ogni cosa, nel campionato del 1944 improvvisato dalla Federazione, Carapellese, rientrato in Piemonte, veste la maglia del Casale e in una partita del Girone Eliminatorio, che i nero stellati perdono 5-4 con il Toro, riesce pure a segnare un gol al temporaneo portiere granata, in arrivo dalla Fiorentina, Luigi Griffanti, detto il “ballerino”, per il singolare modo di saltellare continuamente sulla punta dei piedi mentre sta in porta
Ma non basta per farsi notare dalla dirigenza granata che non lo fa rientrare nei ranghi. La concorrenza in attacco è spietata, non giocherebbe mai.
La svolta però arriva ed è importante nel 1946. Quando il calcio torna alla normalità, viene ingaggiato dal Milan dove ha modo di giocare con campioni del calibro di Puricelli, detto “testina d’oro” per l’abilità nel colpo di testa, Annovazzi, Burini…
In rossonero sta bene, gioca e segna e gli addetti ai lavori lo battezzano “lo sciatore” per quella sua incredibile abilità di incunearsi fra un difensore e l’altro proprio come fa lo slalomista della discesa libera quando si infila fra i paletti. E arriva anche la chiamata in Nazionale, dove ritrova tutti suoi vecchi compagni granata, Mazzola in testa. Li conosce bene e giocare con loro è per lui un piacere, Pozzo lo sa e se ne compiace.
Ma arriva il 4 maggio e il Torino scompare sulla collina di Superga. Per Carapellese la commozione è grandissima. È turbato, vedere il Torino in quelle condizioni lo rattrista. Al moto del cuore segue quello della testa: chiede al Milan, con il quale è ancora legato da contratto, di lasciarlo libero di vestire la maglia granata.
Desidera in qualche modo sdebitarsi con la Società che lo ha cresciuto e lo ha introdotto nel calcio che conta. Ottenuto il nulla osta Carapellese nella stagione 1949-50, la prima dopo la tragedia, diventa capitano del Torino, il nuovo condottiero dopo Mazzola. Tocca a lui, per la prima volta, indossare la fascia bianca al braccio, giacché è proprio in questa stagione che la Federazione ne sancisce l’impiego.
Per tre anni i tifosi del Filadelfia possono godersi le sciate di capitan “Carappa” che scivola via fra le difese avversarie, esaltato in dribbling irresistibili da fare scrivere a qualcuno, con ammirazione: “Carapellese è un’ala sinistra costruita, in quanto il mancino non è il suo piede più forte e nemmeno più sicuro.
Da qui le sue frequenti conversioni al centro, una maggiore varietà e imprevedibilità di un gioco che sembra fatto apposta per scombinare gli schemi difensivi. Su questa chiave tecnica Carapellese lavora come un acrobata sul filo, esibendo numeri spericolati, mai provati, improvvisati sul momento. Il suo è un repertorio frutto di una magica intuizione e di un senso spiccato del gol”. Che dire d’altro.
Lasciato il Toro, prima Juventus poi Genoa e brevemente Catania sono le squadre che chiudono la sua bella carriera.
Lo attende, purtroppo, un epilogo infelice, che non riuscirà a dribblare: la drammatica morte prematura della figlia Daniela e gli anni finali vissuti in ristrettezza, per quanto alleggeriti dalla concessione del sussidio previsto dalla Legge Bacchelli, in aiuto a personalità eminenti venutesi a creare in ambasce.
Nel periodo granata Carapellese veste 6 volte l’azzurro e realizza 2 reti.
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