Nestor Combin, detto “la furia”

"L’opera si chiude nel secondo tempo con un’artigliata in diagonale imprendibile. Le braccia al cielo, Combin saluta Meroni e se lo porta nel cuore per sempre".

È la partita perfetta, che capita una sola volta nella vita, quella che Combin interpreta il 22 ottobre del 1967.

La domenica precedente il suo caro amico Meroni se n’è andato nel modo più banale, travolto da un rimbalzo di lamiere d’auto e gli ha lasciato in gola un magone che solo lo sfogo di un’impresa può sciogliere.

Il caso vuole che il calendario abbia in programma il derby, la partita delle partite per i granata, che sovente debbono accontentarsi di farsi onore nelle due stracittadine per salvare un campionato. E anche in questa singolare coincidenza Combin ci vede un segnale particolare.

E’ il suo animo selvaggio da indio a suggerirgli suggestioni mistiche a cui lui sa dare retta. E così, dopo le tre reti della precedente domenica rifilate alla Sampdoria, Combin ne recapita altrettante alla Juventus. L’ardore con cui scende in campo rivela qualcosa di misterioso, avvolgente.

Si sposa alla perfezione con l’atmosfera magica che intanto è scesa sul Comunale, qualcosa che chi ha avuto la sorte di vivere non potrà mai dimenticare. In un crescendo impressionante, il centravanti granata sbriciola ogni difesa, si impossessa del campo da dominatore e si fa implacabile giustiziere in onore del’amico che non c’è più: Sono passati soltanto tre minuti e il Toro conquista una punizione dal limite.

Collocata la palla sul punto di battuta Combin se ne allontana di qualche metro e scarica un bolide verso la porta nell’angolo scoperto dalla barriera, la rete si scuote: gol! Il tempo di prendere fiato e arriva il secondo: una sciabolata da trenta metri che segue una traiettoria infida che va a smorzarsi proprio sopra la testa del portiere juventino. L’opera si chiude nel secondo tempo con un’artigliata in diagonale imprendibile. Le braccia al cielo, Combin saluta Meroni e se lo porta nel cuore per sempre.

Non tutti lieti i giorni calcistici di Combin in Italia. Arriva dal campionato francese accasato dalla Juventus. Le sue imprese, i tanti gol hanno suscitato l’interesse di molte big europee, per la potenza e l’imprevedibilità dei suoi tiri la critica e i tifosi dell’Olympique Lione dove gioca lo battezzano “foudre”, ovvero folgore.

Fra i bianconeri della stagione 1964-65 c’è ancora Omar Sivori, ormai agli ultimi fuochi, che invece di aiutarlo – sono nativi di due cittadine argentine quasi contigue – lo ostacola, a completare il suo fallimento in maglia bianconera ci si mette poi il trainer Heriberto Herrera che non tollera il suo desiderio di giocare in libertà. Anche il dopo Juve, a Varese, non mette in mostra le sue qualità. Fra i lombardi al centro dell’attacco gioca un certo Boninsegna e per Combin trovare spazio è arduo.

È con la chiamata del presidente Pianelli e di Nereo Rocco che il suo destino italiano trova finalmente una prima grande gratificazione. Posto al centro dell’attacco, con ai lati due interni della bravura di Ferrini e Moschino i gol fioccano e molti sono veri capolavori di potenza e precisione.

Dove prima ha patito l’inferno, ora trova il paradiso. A chi gli chiede ragione di una simile trasformazione non esita a dire: “La città e la stessa, ma la differenza è forte. Al Torino trovi un ambiente di gente semplice, come me. Ci stimiamo, ci parliamo, ci vogliamo bene; ci si aiuta tutti. Non ci sono rancori, invidie, è un modo di vivere sereno. Alla Juventus è tutto completamente diverso. Il clima è teso, aristocratico, più raffinato, vige una mentalità difficile per me, per il mio modo di sentire, per la mia educazione e il mio carattere”.

Sia Edmondo Fabbri che poi Rocco lo stimano e non hanno che parole di elogio. Dice il primo: “Combin è un vero centravanti e questa è una dote rara. Nessuno oggi possiede la velocità, lo scatto e la potenza di entrambe i piedi come lui… Ha un carattere particolare, ha bisogno di elogi, non rende se è demoralizzato, come non rende se lo si esalta troppo. La fortuna del Torino è quella di essere riuscito a dargli il giusto equilibrio”.

Gli fa eco il secondo, con questi appunti: “Combin ha la dote migliore di un centravanti: il tiro. Cerca la porta da ogni posizione e di solito la trova. Per questo sa sempre rendersi pericoloso… Ha un solo difetto: cercare il difficile, giacché si ricorda troppo spesso di essere argentino”.

Inutile dire che nelle tre annate al Torino si conquista l’affetto del popolo granata. Il feeling è totale, completo, perché Combin è uno da Toro Quando esce dal campo, a partita conclusa, la maglia gronda per le tante sgroppate generosamente concesse al suo pubblico.

Per non dire del coraggio con cui si butta nelle mischie d’area e con cui affronta i tenaci, e spesso fallosi, stopper  avversari. In campo sembra tradire una smania, una voglia quasi fanciullesca di giocare, di prendere di punta le difese, arrembare l’area nemica come un pirata allo sbaraglio, la lama di un tiro impressionante pronta a scattare in ogni momento e da ogni posizione. Si capisce che la foga che lo agita è l’anelito al riscatto, la voglia di dire al mondo che non c’è povertà che tenga se il desiderio di farcela supera paure e incertezze.

Nel pieno della maturità Combin è considerato il centravanti più forte d’Europa e allora come può ancora trattenerlo il pur glorioso Torino? Mastro Rocco, che bene lo conosce e che se ne è tornato al Milan, lo reclama per fargli vivere intense stagioni in rossonero.

È un peccato che anche le belle storie abbiano una fine. Combin lascia il granata perché così va il calcio, ma al granata resterà sempre legato, anche a distanza, da una forte componete emotiva e di affetto.

Mentre veste la maglia del Torino, Combin fa parte della rosa che si aggiudica la Coppa Italia 1967-68.

Per votarlo nel sondaggio, scegli tra i giocatori contrassegnati con il numero 9 (Centravanti).