Nello Santin, “Kociss”

Dice il 16 maggio 1976: "Credo che questo sia il giorno più bello della mia vita".

L’arbitro Casarin ha da qualche attimo fischiato la fine della partita. È il 16 maggio 1976 e il Torino, dopo 27 anni, è tornato Campione d’Italia. La compostezza dei tifosi granata che non invadono il campo, fa sì che i neo campioni, a caldo, possano godersi fra loro la grande emozione, partecipando ai giornalisti presenti l’intensità di ciò che stanno provando.

Nello Santin, come tutti, appare spiritato nel volto, ma lucido nelle parole, lui che la gioia di uno scudetto l’ha già assaporata, otto anni prima, con la maglia del Milan : “Credo che questo sia il giorno più bello della mia vita. Dico questo perché il primato lo abbiamo veramente sofferto. Ci tengo a sottolineare che la difesa si è confermata la più forte del campionato, noi tutti difensori, abbiamo disputato un campionato eccezionale, malgrado ci indicassero come il punto debole della squadra”.

Non esita Santin a prendere per sé e per i compagni i giusti meriti, perché se è vero che per vincere si deve fare gol è altrettanto indubbio che non se ne devono prendere. E lui, a trent’anni, sa come fare: con le due stagioni in granata, è da tre lustri che mette il suo “mestiere” di difensore al servizio della squadra.

Una carriera fulminea. Quando, inaspettata ma tanto desiderata, gli arriva la chiamata per l’esordio in A, è un ragazzo imberbe di diciassette anni. Valgono, certo, i primi calci nella Rondinella di Sesto San Giovanni, ma il solo, autentico, bagaglio di esperienza lo ha maturato con la maglia rossonera dei ragazzi del Milan. La cosa non lo turba, ha coraggio e poi la scuola di mastro Liedholm, che lo ha plasmato, gli serve come patente di garanzia. Il 29 settembre 1963, guarda il caso, a San Siro, il Milan affronta il Torino. Santin è schierato in mediana, pizzicato tra Pelagalli e Trapattoni.

La partita fila via liscia e finisce a reti inviolate. Alla intervista di rito, risponde con la freschezza della gioventù: “Gioco in qualunque ruolo difensivo, centrale, libero, terzino. Ho due modelli: Maldini e Guarneri dell’Inter. Esordire oggi è stato meraviglioso, ma anche un po’ terribile. Nei primi minuti mi mancava il fiato, strozzato da un’emozione che ho però soffocato presto e così non ho avuto difficoltà a controllare Hitchens, l’attaccante granata”. Così, in scioltezza, come se fare la guardia al centravanti inglese fosse stata una passeggiata. Spavaldo, ma questo è il temperamento, questa la grinta che traspare da un volto che col tempo tradirà sempre più la fierezza dello sguardo. Tanto che, a Torino, la tifoseria farà presto a battezzarlo Kociss, il gran capo indomito degli indiani Chiricahua.

Il percorso che nell’estate del 1974 lo porta al Torino è costellato da tappe importanti: Milan, Lanerossi Vicenza, Sampdoria, solo società di rango. In granata rileva un “monumento”: Natalino Fossati, un fedelissimo che al Toro ci sarebbe rimasto in eterno. Il rischio di farlo rimpiangere c’è ed è grande; su questo aspetto, Santin impara presto a conoscere quanto i tifosi tengano alle “bandiere”, a quei giocatori che hanno speso la carriera in granata. Se per anzianità e presenze non gli riuscirà, a farsi bandiera ce la farà però come protagonista dello scudetto.

Nell’anno vincente, sono 25 le sue presenze, quelle che mancano fanno capo a inizio torneo. Il nuovo trainer, Gigi Radice lo immagina libero, fra i terzini schiera Gorin e Salvadori, con Mozzini al centro. A dirimere ogni dubbio ci pensa il caso. Nella prima di campionato Santin rimedia una contusione che lo costringe a disertare le tre partite successive. Il suo temporaneo forfait permette a Radice il lancio di Caporale, che si appropria del ruolo di libero con autorità. E quando Santin torna a posto non può star fuori e Radice lo piazza terzino. Saltano Lombardo e Gorin.che slittano nel quadro delle prime riserve, e lui prende a giocare con continuità.

Castellini, Santin, Salvadori… è la filastrocca del momento. Quanto Salvadori, a sinistra, è lieve e lesto, tanto Santin, a destra, è potente e poderoso. È dunque importante il contributo che sa offrire alla squadra campione e il peso delle sue presenze diventa ancora più consistente se si guarda al match del 25 aprile 1976 a Roma, contro la Lazio.

Fino all’ultimo il Toro, in lotta per il titolo, è sotto di un gol. A un sospiro dal fischio finale, è proprio lui, disperatamente spintosi in avanti, a indurre il laziale Re Cecconi all’autogol: scende in dribbling, tira forte di destro, la palla, deviata,si infila nell’angolo a sinistra del portiere Felice Pulici. Un pareggio che si rivelerà decisivo per la vittoria finale, ottenuto com’è a sole tre giornate dal
termine del torneo.

Con l’arrivo di Luigi Danova, inizia il tempo gramo per Santin che gioca e non gioca, va e viene tra panchina e campo. Fino a quando, con l’estate del 1978 arriva l’addio, si torna a respirare aria veneta in quel di Vicenza, ma la categoria è quella dei cadetti.

Nel suo tempo in granata, Santin è Campione d’Italia 1975-76.

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