Quando si parla di portieri a proposito del Torino, anche al tifoso più giovane sale il nome di Lido Vieri, una meravigliosa carriera in granata, la sua.
Sogni di diventare un marinaio e la vita ti spiazza e ti sistema fra i pali di una porta di calcio.
Vieri nasce a Piombino, nella provincia di Livorno, il padre è pescatore e lui è innamorato del mare, sogna avventure salgariane, ma la vita gli ha in serbo altri progetti.
Il calcio gli piace, ma gli è lontana l’idea di farne una professione. Si diverte a giocare in una squadretta di amici la Venturina. Ci sono volte in cui, come lui stesso ha raccontato, a secondo dell’umore, la domenica gioca il primo tempo in attacco e il secondo in porta, dove comunque sa fare meglio.
E’ però il mare che lo affascina. Ha in progetto di imbarcarsi come mozzo su una grande nave in rotta verso il Sudamerica.
Ma succede l’imprevisto. La svolta che decide la traiettoria della sua vita nasce da un colloquio fra Alberto Lievore, responsabile delle giovanili granata e il dottor Biagi, farmacista e presidente della Venturina. Siamo nel 1956, Vieri ha 17 anni. Lievore lo ha visto giocare in porta e lo vuole al Torino.
Il ragazzo si presenta al provino al Filadelfia mal volentieri, tuttavia, nella breve partitella, sfodera doti fuori dal comune. Un peccato lasciarselo scappare e così il rito della firma sul cartellino avviene subito.
In queste stagioni di metà anni Cinquanta, il Torino non se la passa bene, la Società non ha quattrini e ha fretta di lanciare i propri giovani in prima squadra. Dopo le prime uscite nella rinata Coppa Italia, Vieri viene spedito in prestito a Vigevano per maturare un po’ di esperienza. Con lui partono, per la medesima destinazione, il difensore Sergio Castelletti, che diventerà grande con la Fiorentina, e Giuseppe Orlando, un attaccante piccolo e grintoso, anche loro cresciuti al Filadelfia.
Quando per il Campionato 1958-59 Vieri rientra, il tecnico Federico Allasio gli affida la porta senza indugio. Ma è troppo presto, non è ancora pronto del tutto e a complicare le cose ci si mette la squadra, destinata proprio in questa stagione a scendere in Serie B, per la prima volta nella storia del Club.
Vieri parte titolare, gioca, ma mostra ancora qualche esitazione e così deve condividere la titolarità con il più esperto Vincenzo Rigamonti, al Torino da qualche stagione. Ma l’annata è storta e si scende fra i cadetti.
La pronta risalita dell’anno successivo lo conferma portiere titolare.
Da questo momento, siamo nel 1960-61, il Torino sa di potersi affidare a un grande portiere. Vieri, anno dopo anno, sfodera il completo miglior repertorio del ruolo, ma su tutto, mette in mostra uno stile incomparabile e un pizzico di coraggiosa follia che lo rende unico. Quando, la domenica, si presenta in campo tutto vestito di nero sembra un gigantesco ragno acchiappa palloni. La parata facile non lo soddisfa, gode del brivido e dell’intervento di spicco, dove sa concentrare tutte le sue grandi doti acrobatiche e istintive: l’intuito, lo slancio, il grandioso colpo di reni, l’occhio attento.
Il tifoso non può che innamorarsene, anche se a volte, quando per esempio afferra la palla con una sola mano, gli fa prendere qualche spavento. Per via di questa capacità, Vieri viene presto battezzato “Pinza”. Lui se ne compiace, soprattutto quando viene a sapere che analogo soprannome era già appartenuto ad Alfredo Bodoira, un bravo portiere dalle mani gigantesche, campione d’Italia nel 1942-43, per quello che sarebbe stato il primo scudetto del Grande Torino.
La brillante militanza in granata gli vale riconoscimenti e la Nazionale, pratica che però sbriga in sole 4 presenze, preferendo dedicarsi soltanto al suo Torino. è fatto così Vieri, un po “fumino”, come si definiva, e senza dubbio anche un po’ matto.
Una sana pazzia che nel marzo del 1968 – anno in cui il Toro e Vieri si aggiudicano la Coppa Italia – lo porta a un’impresa che resta unica e straordinaria.
Il Torino riceve l’Inter al Comunale. Non è più la grande Inter campione di tutto, ma è pur squadra di grande valore dove giocano ancora campioni come Corso, Suarez Burgnich, Facchetti… Da parte sua il Torino, guidato da Edmondo Fabbri, è costretto a presentarsi privo di molti titolari e a lanciare in prima squadra il difensore Eddo Carlet e la mezzala Sandro Crivelli.
Sulla carta si prospetta una sconfitta e invece nel giro dei primi venti minuti, un Torino gagliardo passa per due volte, con un rigore di Poletti e una fucilata di Combin. Prima della fine del tempo Facchetti, ispirato da Corso, accorcia di testa e si va al riposo sul 2-1 per i granata. Appena rientrati, per un fallo di mani di Trebbi, l’Inter gode di un calcio di rigore. Vieri, in spolvero, neutralizza il tiro di Domenghini, uno specialista, che però, orgoglioso, si riscatta poco dopo cogliendo il pari. Quando tutto tende alla divisione dei punti ecco spuntare nuovamente la testa di Facchetti che fa 3-2.
Il Toro schiuma rabbia, perché non merita di perdere. Il più irritato è Vieri e così quando manca solo più un minuto alla fine, rubata palla a un attaccante interista che gli stava arrivando incontro, parte come un razzo puntando la porta del collega Sarti. Per un attimo tutti fermi: gli spettatori sugli spalti e i giocatori in campo. La sorpresa paralizza.
Intanto Vieri è al limite dell’area, e prima che lo stopper interista Santarini lo affronti cerca il triangolo con un compagno, nell’occasione il giovane Corni, per poter arrivare al tiro. Ma Corni è talmente sbalordito da fallire il tocco di ritorno. L’azione sfuma e con essa si chiude il match.
Con questo gesto clamoroso, Vieri rende meno salata la sconfitta per i tifosi che lo applaudono. Lo sentono uno di loro.
Ancora una cosa per dire del suo attaccamento alla maglia: quando nell’estate del 1969 il presidente Pianelli lo cede all’Inter, convinto di fargli un grosso favore, Vieri è indignato al punto da mettersi a piangere: avrebbe desiderato chiudere quella sua splendida carriera solo e soltanto con la maglia del Torino.



