Julio Libonatti, detto “Libo”

"Il patto con i supporter è siglato: “Libo”, così subito lo chiamano, promette gol e la gente del Toro prende subito ad amarlo".

Non solo facoltoso, ma pure intuitivo e competente sotto il profilo tecnico, Enrico Marone, presidente del Torino. Per una delle tante trasferte d’affari che sovente lo allontanano dall’Italia, vola in Sudamerica. La puntata in Argentina ha però poco a che fare con promozioni vinicole perché l’obiettivo è calcistico: rimediare giocatori di qualità, possibilmente anche a basso costo.

Al rientro, lo accompagnano in tre: il centrosostegno Busco, e due attaccanti Chini Luduena e Julio Libonatti. Il primo è rispedito al mittente per via di un ginocchio malandato, il secondo, che mal si adatta al clima torinese, è girato alla Roma, il terzo resta, per far felice non solo il presidente, ma tutto il popolo granata, in fervente attesa di momenti migliori.

Quando Libonatti, nell’estate del 1925 approda in granata, lo accoglie Baloncieri, appena separatosi dall’Alessandria, e un complesso di squadra che dai pronostici è segnalato come uno dei favoriti per il titolo. Ci andrà molto vicino, ma è con l’arrivo in attacco di un terzo elemento di gran pregio, Gino Rossetti,  che la conquista del tricolore diventa concreta realtà.

Neppure un attimo impiega Libonatti a entrare in sintonia con la squadra, tanto è vero che già il giorno dell’esordio è sua una delle 4 reti a 3 con cui i granata si fanno corsari in quel di Brescia. Volendo farsi sin da subito riconoscere dalla tifoseria, la domenica successiva, nel match casalingo contro l’Hellas di Verona, il puntero argentino torna al gol, anzi alla prima di una delle molte doppiette che saprà cogliere nelle sue nove stagioni nel Torino.

Il patto con i supporter è siglato: “Libo”, così subito lo chiamano, promette gol e la gente del Toro prende subito ad amarlo. E pensare che, a prima vista, una volta presentatosi a quello che sarebbe diventato il “suo” pubblico, erano stati in tanti a storcere il naso, chiedendosi come un cannoniere potesse celarsi in quell’ometto, tanto da indurre Bruno Roghi a scrivere: “Piccolo, rotondo, placido; non lo diresti, quando lo vedi in borghese, il giocatore che è: il più sornione dei centravanti.

Pare talvolta che gli aerei itinerari che la palla percorre sul fronte d’attacco non lo interessino affatto: la dà all’ala con un allungo magistrale e aspetta, sonnecchiando. Se è giornata di luna continua a sonnecchiare e i supporter si mangiano le unghie. Se è giornata di sole, una croce sui terzini.

Un guizzo e Libonatti è sulla palla: fanno le nozze e non c’è più verso di dividerli. Fin che va via il tiro e il portiere fa del suo corpo un angolo retto: c’è da raccogliere la palla in fondo alla rete. Libonatti è il cannoniere prestigiatore”.

Tutto vero: è un attaccante che sa il fatto suo. Trovarsi alle spalle Antonio Janni e “Rico” Colombari, infaticabili nel provvedere palloni da sfruttare, e ai fianchi altri due campioni come Baloncieri e Rossetti, lo esalta e il suo gioco sa diventare a tratti irresistibile. Molto lo aiuta il fisico, compatto e forte, eppure dotato di una elasticità, capace di armonizzarne l’azione, sempre svelta, dinamica, aggressiva.

Un altro argentino che lo conosceva bene, Renato Cesarini, lo considerava un autentico fuoriclasse: “L’arte del passaggio era in lui allo stato di perfezione. Per lui la finta era una mattana alle spalle di un avversario, da farsi un sacco di risate. Controllarlo era un problema arduo: sgusciava da tutte le parti.

Legava con la squadra, ché le triangolazioni lo vedevano spesso come ispiratore ed esecutore. Se qualcuno lo richiamava a una maggiore combattività rispondeva perentoriamente “calla loro!”, sta zitto pappagallo, e tutto finiva in fragorose risate: egli scherzava un po’ su se stesso”.

Non un centravanti di sfondamento, ma un attaccante che ragionava. Viveva in campo di un gioco lineare, vien da dire semplice, ma quanto mai redditizio. Lo scatto pronto e breve, il tocco morbido, il tiro teso, Libonatti disponeva di un modo di colpire la palla tutto suo, tutto particolare, come ricordava Giglio Panza: “Nel Torino del tempo era l’unico che poteva stare alla pari con Baloncieri. Piccolo, ma solido.

Forte nei contrasti. Rapido nello smistamento del pallone, altruista. Colpiva il pallone di punta nella metà centrale della circonferenza, come un giocatore di biliardo”.

E, fuori dal campo, proprio il biliardo era una delle sue grandi passioni (lo chiamavano “stecca d’oro”). Gli piaceva fare il damerino e muoversi in città sfoggiando camicie di seta, che comprava a dozzine, donandole agli amici, una volta indossate.

Come era generoso, così lo era nella vita: 50 guadagnava, 50 spendeva e se il guadagno era 100, 100 erano le voci di spesa. Mani bucate, si dice, e su questo registro muove a tenerezza il suo addio all’Italia, quando è una colletta di amici a pagargli il biglietto della nave per il ritorno in Argentina e il solo stringerli la mano, con un abbraccio, è Baloncieri, l’amico di una vita, il vecchio compagno.

Nel novero dei “rimpatriati” che vestono la maglia azzurra, Julio Libonatti è anticipato soltanto da Eugenio Mosso (Italia-Svizzera 1-1 del 5 aprile 1914). In 17 presenze realizza la bellezza di 15 reti, per l’incredibile media di 0.88.

Ma è così: il gol è un vizio che non sa proprio perdere. Oltre alle presenze con la Nazionale, in granata vanta lo scudetto 1927-28) e ancora un paio di record: è il cannoniere principe in partite di campionato (152, contro i 134 di Pulici) ed è riuscito a segnare almeno un gol a tutte le 37 squadre (fra campionato e coppa nazionale) che ha ufficialmente incontrato.

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