Genova, Stadio Marassi-27 giugno 1971. Torino e Milan, in campo neutro, si giocano la Coppa Italia. Nel mini girone finale, lasciate indietro Fiorentina e Napoli, con 7 punti sono arrivate appaiate sul traguardo, sarà dunque uno spareggio ad assegnare la coccarda tricolore dell’annata. Il clima è rovente, l’impianto equamente diviso fra le tifoserie, ci sono i presupposti per una gara tesa e vibrante.
A seguire i granata gli occhi puntati di ben tre allenatori: Giancarlo Cadé, che ha guidato la squadra per il corso del campionato e che da dimissionario ha la valigia pronta; Beniamino Cancian, il secondo, che lo sostituisce in panchina, e, defilato, Gustavo Gignoni a cui il presidente Pianelli ha affidato la direzione del Toro per la stagione a venire. Tanta carica manifesta ottimi frutti, al termine di una partita logorante e a tratti drammatica, i calci di rigore sanciscono la vittoria granata.
La festa è grande. Pianelli, come a volersi allenare per quello che da lì a qualche anno sarà un altro giro di campo a consacrare il trionfo più grande, corricchia, ansante ma felice, sollevando simbolicamente la preziosa Coppa Italia vinta nel 1943 dal Grande Torino.
Per il trainer in arrivo miglior benvenuto non avrebbe potuto esserci. Al di là della vittoria, ha preso atto della bontà dell’organico e di come su alcuni elementi in particolare possa fare pieno affidamento.
Anche lui arriva dal Mantova, in queste annate una sorta di bacino preferenziale da cui attingere da parte del “mantovano” presidente granata, così come i due tecnici che l’hanno preceduto, Edmondo Fabbri e Cadè. A Mantova lo lega un affetto speciale, avendo consumato quasi per intero la sua lunga carriera di calciatore, per un quadro di presenze molto ricco.
In campo Giagnoni amava giocare nel doppio ruolo di intenditore e creatore di gioco, ben sostenuto da un fisico compatto e resiliente oltre che da una grinta che ne faceva un autentico mastino, mai domo. Una carica di entusiasmo e di determinazione che fa parte del suo corredo genetico e che, ovviamente, lo accompagnerà anche nel nuovo ruolo di allenatore, senza dimenticare le buone basi tattiche.
Qualità che si sposano al bacio con le necessità del Torino. La squadra sta vivendo momenti positivi (solo nel 1968 ha vinto la sua terza coppa nazionale) con piazzamenti onorevoli che allontanano i rischi retrocessione, ma si lasciano sempre dietro un po’ di nostalgia per quel desidero di fare meglio che non si concretizza. A rincarare la dose, continua a esserci la difficile coabitazione con la Juventus, che morde il freno per il digiuno da scudetto risalente al 1966.
Ma è proprio su questo tasto che Giagnoni decide di accendere la miccia della riscossa granata. Tanto per dare un senso al guanto di sfida che lancia subito al potere forte juventino, si presenta in campo con un colbacco e una vistosa sciapa granata, a significare una identità forte. La sudditanza cittadina deve finire, i suoi ragazzi se la devono giocare ad armi pari con tutti. Come se la polveriera della passione granata non stesse aspettando altro, i toni del tifo si elevano.
Lo stadio si riempie ogni domenica sempre di più, l’orgoglio granata si rianima e le sfide diventano vincenti, non più passive. L’iniezione di fiducia che Giagnoni trasmette ha del magico. Il Toro prende a giocare bene, sempre più convinto delle proprie possibilità, in parte anticipando quel “tremendismo” che sarà, da lì a poco il marchio di fabbrica di Gigi Radice.
Dai suoi Giagnoni pretende rispetto e serietà, dedizione. Grinta e voglia di farcela, il tutto spalmato su una trama di gioco che a tratti è davvero piacevole seguire. E in merito all’impegno è lui il primo a dare l’esempio: difende a spada tratta il lavoro suo e dei giocatori e non si perita di passare, molto simbolicamente, dalle parole ai fatti, quando nel corso di un derby si scaglia contro il bianconero Causio avvicinatosi alla panchina per sfotterlo. Superfluo osservare come il popolo granata vada a nozze con un temperamento simile.
Presto l’atmosfera si fa vincente, al punto che, al di là di ogni pronostico, il Torino meriterebbe il titolo, non si verificassero sconcertanti episodi arbitrali che glielo impediscono. A Genova, contro la Sampdoria, un gol di Agroppi viene annullato e lo stesso accade a San Siro contro il Milan quando una rete di Toschi segue la stessa sorte. Punti preziosismi che avrebbero concesso ai granata per lo meno l’approdo a un più che meritato spareggio con una delle immediate inseguitrici, Juventus e Milan.
Gasato a mille il Toro della stagione successiva come novità di rilievo integra il solo Maddé, ma non basta per bissare lo splendido campionato precedente. La squadra si sgonfia, vince sì le due stracittadine con i gol di Pulici (primo nella speciale classifica dei cannonieri) e Agroppi, ma sta al di sotto delle attese. Qualcosa si incrina e la crepa prende il tono della separazione quando Giagnoni, allettato dalle sirene milaniste, esce di scena alla ventesima giornata della sua terza annata granata.
Alla resa dei conti, nella sua storia al Torino, sul campo Giagnoni non assicura trofei, ma di certo conquista con la prepotente voglia di riscatto che è riuscito a trasmettere all’intero universo granata, un posto di tutto riguardo nel novero dei tecnici che nel tempo hanno guidato il club.
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