Guglielmo Gabetto, “il Barone”

Suscita scalpore, nell’estate del 1941, la notizia, creduta dapprima una burla, del passaggio dalla Juventus al Torino di tre giocatori in un sol colpo. La “bomba” deflagra ancora più potente quando se ne conoscono i nomi: il portiere Alfredo Bodoira, Felice Borel e Guglielmo Gabetto. Qualcuno grida allo scandalo.

Se si può chiudere un occhio per i primi due, avanti negli anni, per Gabetto no: è nel pieno della sua maturazione calcistica. Che cosa è successo, perché alla Juventus non interessa più?

Un giocatore utilissimo, si disse, ma “incomprensibile”, questo il guaio. Impulsivo e affatto calcolatore, vero centravanti di sfondamento, non uomo al quale si possa chiedere collaborazione, perché sono gli altri che debbono lavorare per lui. Capace di risolvere da solo una partita, come di frenare tutta la prima linea, non un difetto da poco per i “soloni” juventini.

Una pecca che, tutto al contrario, al Torino viene apprezzata, eccome… vedi, i diversi punti di vista. Perché con la maglia granata addosso Gabetto continua a rimane “incomprensibile”, non certo per la società, ma soprattutto per gli avversari i quali non sanno più a che santo votarsi per tenerlo: in possesso della palla diventa incontenibile.

O effettua una di quelle improvvise, spettacolari e talvolta impossibili rovesciate di destro o di sinistro che non si sa mai dove vanno a finire o cerca di sgusciare via. Non ha un metodo, non segue uno schema.

Impossibile prevedere se poggerà a sinistra o se invece filerà via dritto; se tirerà o passerà. Da un momento all’altro dal suo piede può partire un’improvvisa e secca fucilata che finirà per infilarsi nell’angolino. Il tiro secco e tagliente e l’acrobatica rovesciata al volo sono le sue armi principali, queste, unite allo scatto e al dinamismo ne fanno un avversario pericolosissimo. E’ l’uomo dalle reti più stravaganti, di testa, di piede, di tacco.

Certe sono così impensabili per chiunque altro da ottenere che subito è battezzato il cannoniere del gol impossibile. Segnare facile non lo stuzzica, anche quando lo può fare, il punto lo deve sempre firmare, ovvero accompagnare con una piroetta, una finta, un’invenzione.

I tifosi lo amano, anche se quando vestiva la maglia juventina li aveva in più occasioni fatti penare. Ferruccio Novo, il presidente granata, gongola, non solo per aver sottratto una minaccia agli eterni rivali cittadini, ma per aver accasato un fuoriclasse del gol. Uno stilista autentico, un “barone” per la spontanea eleganza nel gioco e nel vestire.

Gabetto passa al Torino con il sorriso sulle labbra, soddisfatto. Lo voleva il Genoa, ma lui, pur accettando un ingaggio inferiore, ha preferito restare a Torino, sull’altra sponda del Po. In canna e nella testa ha ancora una raffica di gol da mettere a segno e sente che con il nuovo corso intrapreso dai granata ci sarà da divertirsi. Poco alla volta, tra quelli già arrivati e quelli che arrivano, la squadra si completa e Gabetto si trova a fianco, in attacco, tanti campioni: da Ossola e Menti a Loik e Mazzola, Ferraris II.

Giocare con loro diventa facile, un puro divertimento, come quando nel maggio del 1948 quando già il Toro sta battendo 9-0 l’Alessandria e lui manca all’appello del gol, tutti i compagni giocano gli ultimi minuti della partita solo in funzione sua, per farlo segnare, cosa che avviene, e si arriva a dieci centri!

Nel Grande Torino Gabetto veste la maglia numero 9, quella dedicata, per tradizione, a chi è condannato al gol. Da parte sua, non tradisce il mandato né le attese. Quando, a fine stagione, fra Campionato e Coppa nazionale, si tirano le somme, il suo nome spicca sempre: 1941-42: 17 reti; 1942-43: 18; 1944: 20; 1945-46: 22; 1946-47: 19; 1947-48: 23; 1948-49: 8.

Quale il segreto? Pur non dotato di un super fisico, è solido nel tronco, poggia su due gambe potenti e lunghe, all’apparenza sproporzionate rispetto al resto del corpo, ed è coraggioso, non rifugge dal contatto con l’avversario, anzi lo cerca buttandosi deciso nella mischia dove lavora sodo di gomiti.

È un modo come un altro per farsi rispettare da poco complimentosi difensori, e poi che dire della fantasia che lo anima? Ha dei difetti, certo, ma, siamo sempre lì, segna. Del resto Vittorio Pozzo, venutogli a mancare Piola, non ha dovuto ricorrere a lui? E, si sa, non è Pozzo l’uomo che ami le avventure, quindi…

Lasciando a parte i tanti gol in granata, ce ne sono due in azzurro che lo hanno consegnato alla storia del nostro calcio. Prima che Ezio Loik segni nel finale il gol della vittoria, le reti italiane del provvisorio 2-2 contro l’Ungheria portano la sua firma. La giornata è per Gabetto un vero trionfo: giocare in casa, a Torino, con nove compagni del Filadelfia e infilare una doppietta! Davvero il massimo.

Per Gabetto in maglia granata: 5 scudetti e una Coppa Italia; 6 gettoni e 5 gol in Nazionale.

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