Giuseppe Grezar, “la gazzella”

"Nella schiera dei granata Campionissimi, proprio per quel suo carattere schivo e quanto mai riservato, Grezar è uno di quelli che meno si notava".

Meno instancabile di Mazzola, meno coriaceo di Loik, meno esplosivo di Castigliano, ma… sintesi completa dei tre compagni, questi è Giuseppe “Pino” Grezar, scrivevano gli osservatori.

Se, fra i calciatori del tempo e fra quelli del Grande Torino in particolare, ci fosse stato un premio per il più taciturno, in campo e fuori, non lo avrebbe vinto il “cannone silenzioso” Romeo Menti, ma Giuseppe Grezar, ancora più restio alla parola di lui.

Triestino, forte e solido, arriva alla corte del presidente Novo nell’estate del 1942. Il suo passaggio dalla Triestina al Torino non uscita grande interesse, quel poco di scalpore annotato dai giornali dell’epoca lo provoca il tesseramento dei “gemelli veneziani” Loik e Mazzola. Meglio, riflette Grezar, così evito le interviste.

Se a Trieste gioca da interno, per logica e organizzazione di squadra, in granata deve fare un passo indietro, non più la maglia numero 10, ma la 4 quella di laterale destro. Il compito di regia resta, ma con un’impostazione di partenza più arretrata, oltre ci sono Loik e Mazzola. Quando nell’immediato dopo guerra per la stagione 1945-46 ai tre si va ad aggiungere Eusebio Castigliano, il poker costruito dal presidente Ferruccio Novo è perfetto: nasce un quadrilatero di centrocampo fantastico, dove la bacchetta del ragionatore spetta proprio a Grezar.

Lucido, possiede la rara capacità di rendere facile il complicato. La semplificazione è l’arte sua più spiccata, ovvero sbrogliare le matasse più intricate del gioco e venirne a capo, per impostare l’azione di ripartenza con un passaggio che non è mai banale, ma sempre costruttivo. Se la pressione dell’avversario è lasca e c’è il tempo per un rapido ragionamento, il tocco è ancora più efficace nel momento in cui si trasforma in un lungo lancio che taglia l’aria, viaggiando per 20-30 metri indirizzato a un compagno dell’attacco. La geometria della traiettoria è così precisa da far fantasticare la presenza, nella sua testa, di un goniometro, capace di fargli calcolare l’angolo e la traiettoria più felici e utili.

Nella schiera dei granata Campionissimi, proprio per quel suo carattere schivo e quanto mai riservato, Grezar è uno di quelli che meno si notava. Quanto Bacigalupo, Gabetto e Castigliano apparivano, vien da dire, quasi folcloristici nel loro modo di stare in campo, come Ballarin, Rigamonti, Menti e Loik spiccavano per potenza e per classe innata Maroso, Ossola e Mazzola, così Grezar pareva restarsene come rinchiuso nella sua riservatezza atletica fatta di semplicità.

Uno stile di gioco in cui non ci trovavi nulla di appariscente, tanto meno spettacolare; un modo di interpretare il ruolo privo di numeri da funambolo e incapace di strappare alla platea brividi di ammirazione, tuttavia quanto mai redditizio. Per farla breve: un giocatore che tutti gli allenatori avrebbero desiderato avere nell’undici.

Gabetto a parte, è Grezar il più avanti negli della squadra. Per questo capita che, in certi momenti, le primavere si facciano sentire, visto che il mestiere di chi deve fare la spola a centrocampo non è dei più leggeri e, col tempo, si porta dietro scorie pesanti. Soprattutto nell’ultima stagione (1948-49) succede che a “Pino” il fiato si faccia corto e l’ombra del più giovane Danilo Martelli si allunghi sulla titolarità del ruolo.

Implacabili, cadevano allora le osservazioni della critica, come quella che segue a firma Carlin: “Un calciatore classico, sobrio nelle movenze, sicuro sul pallone, preciso nel passaggio, secco nel tiro da lontano… purtroppo però, a volte, dà segno di non tenere più i due tempi della gara”, cui segue, quasi a scusarsi, uno zuccherino: “Un giocatore intelligente, evita le eleganze ed è elegante; evita le azioni di forza ed è solido”.

Forse non sarebbe rimasto ancora al Torino, desideroso di tornare alla sua Trieste per chiudere a casa una bella carriera; già aveva dato molto e non solo in fatto di regia, perché anche con il gol la confidenza era ottima. In seno alla squadra divide con Menti il compito, prezioso e non facile, di “addetto” ai calci di rigore, anche se, come tutti, non è infallibile.

Storico il penalty che il 10 novembre 1946 si fa parare dal portiere Glauco Vanz del Bologna, un errore che innesca una gara epica in cui il fino ad allora imbattuto Bologna è costretto a lasciare il Filadelfia con 4 reti sulla groppa.

Mentre veste la maglia granata, Grezar si fregia di 5 tricolori e coglie 7 gettoni in Nazionale.

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