Estate del 1981, la lunga presidenza di Orfeo Pianelli è ai titoli di coda, le energie sono finite, il suo Torino, affidato a Massimo Giacomini, che dispone di una rosa di giovani, ha un solo obiettivo: la salvezza.
Non gli si può chiedere altro. Tuttavia, il presidente un ultimo regalo ancora lo vuole fare al suo Torino: il rientro in casa granata, dove si è svezzato, di Beppe Dossena.
Sul tavolo della presidenza i rapporti positivi sulle caratteristiche del giovane interno si impilano l’uno sull’altro. Inutile dirlo: sono tutti resoconti più che favorevoli. Spiccano, fra i tanti, quelli a firma Oberdan Ussello: “Sin dal tempo delle giovanili, Dossena sapeva verticalizzare il gioco in modo incredibile, operando con destro e sinistro, evidenziando in tal modo un repertorio già completo. Dopo i prestiti era tempo di farlo rientrare, perché non solo io, ma lo sapevano tutti che il ragazzo aveva di fronte un grande avvenire”.
Pistoiese, Cesena e Bologna, dove incontra per la prima volta Radice, le tappe di avvicinamento, di una prima maturazione tecnica e personale, alla maglia granata, che vestirà per sei stagioni da protagonista.
Un ritorno che suscita soddisfazione, ma anche un po’ di disdetta in Ercole Rabitti – altro grande “maestro” di calcio al Filadelfia – solo la stagione precedente alla guida del Toro: “Non c’è niente da fare, chi mastica calcio coglie al volo le qualità di un ragazzo. Dossena lasciava intravedere sin dalle prime uscite nelle squadre minori di avere davanti a sé un futuro importante. Un autentico investimento per il Torino.
Quando la stagione trascorsa mi venne affidata la prima squadra chiesi al presidente di portarmi Dossena, ma l’accordo con il Bologna non lo permise e così il suo rientro è stato ritardato con mio forte rammarico”. Dossena è accolto da una squadra che è un vero e proprio rebus, fatta di giovani, la più parte inesperti, fra cui Roberto Cravero, ai quali i fedelissimi Zaccarelli, Salvadori, Danova e Pulici hanno il compito di fare da chioccia.
La squadra dello scudetto del ’76 si è a poco a poco smembrata e gli echi del trionfo sono soltanto più un ricordo. Dossena è consapevole dell’impegno che ci dovrà mettere, ma ha anche una gran voglia di imporsi come giocatore di classe superiore, qual è realmente.
Già nell’ultimo torneo a Bologna, in coppia con Franco Colomba, non ha avuto esitazione a dannarsi in regia per tirar fuori la squadra rossoblu da una posizione difficile, partita da meno cinque in classifica (scandalo scommesse) e incredibilmente approdata a un settimo posto finale. Un’annata ricca di soddisfazioni (le prime due convocazioni in azzurro) nel corso della quale aveva vissuto una giornata che definire speciale è forse poco.
Il 3 maggio 1981, il giorno dopo il suo ventitreesimo compleanno, e quello prima dell’anniversario di Superga, portava la sua firma la rete con la quale un bel Bologna aveva spedito a casa a mani vuote un Toro floscio e demotivato. C’è da immaginare una miscela di emozioni non da poco.
Il palato fine dei tifosi granata non impiega un amen per assaporare che la maglia numero dieci è tornata su spalle degnissime. Dossena ha le stimmate del fuoriclasse e lo dimostra subito, anche in una situazione di non lieve disagio nella quale si muove l’undici di Giacomini, chiamato per davvero a un piccolo miracolo.
Quando le ansie svaniscono con l’avvento della nuova dirigenza nella persona di Sergio Rossi, Dossena, meglio sostenuto da un complesso di squadra solido, dà il via a una crescita impressionante in stagioni di continui progressi. Nel cuore del campo, da dove tutto scaturisce, si eleva sicuro, una spanna su tutti.
Ha chiara la visione del gioco e nitido, vien da dire preveggente, il suo fluire. Gioca la palla di prima intenzione con rapidità di riflesso, al guizzo del pensiero fa immediatamente seguire il gesto atletico, il passaggio, il lancio per il compagno, il tiro in porta. Sa dirigere la squadra con squarci di classe, le imbeccate per gli attaccanti sono sempre utili alla finalizzazione e sa percepire corridoi che, prima assenti, magicamente, vanno a spalancarsi non appena la palla lascia il suo piede.
A tratti il suo gioco è regale. Ma non basta, perché costruire è solo un aspetto, il preferito, del repertorio, perché Dossena non disdegna l’azione di spola e di interdizione, ovvero quella parte di lavoro duro che spetta a un centrocampista coi fiocchi.
In questa sua completezza, richiama un nome importante: Valentino Mazzola e se a evocarlo è una firma del giornalismo sportivo come Giglio Panza, che Mazzola vide giocare, c’è da star certi che l’accostamento non è azzardato quando afferma: “Dossena vede il gioco con prontezza di intuizione, in merito alla posizione in campo è dove occorre, è capace di lanci stupendi, coi due piedi, come di verticalizzazioni improvvise. Ha razionalità e inventiva, sa arrivare in zona di conclusione e segnare gol che fanno scattare la folla. Non vorrei essere frainteso, ma mi pare proprio che Beppe Dossena sia in questo piccolo Torino quello che Valentino Mazzola era per il Grande Torino che abbiamo perduto a Superga. Certo, diverse le caratteristiche del possente Mazzola da quelle del veltro Dossena. Ma anche nel ragazzo d’oggi c’è anima e talento”.
C’è anche una leadership a cui non si sottrae, pur senza imbarazzare il veterano Zaccarelli, trasformato in un libero d’eccezione.
Quando nella stagione 1984-85 Gigi Radice riprende le redini di un Toro pimpante che accasa il brasiliano Junior e conta su elementi di qualità (Corradini, Danova, Francini, Schachner, Serena…) in prima battuta Beppe non può che compiacersene. La squadra vola e quasi aggancia un titolo che alla fine va a Verona.
È un Toro gagliardo che fa bene e meglio ancora potrebbe fare non deflagrassero incomprensioni. Criticati duramente da Radice, alla fine del campionato 1986-87, Junior e Dossena lasciano la maglia.
Prima di passare all’Udinese in B, però Beppe si toglie un sassolino: “Ai tempi del Bologna, ricordo un Radice tosto e volitivo; ora è molto cambiato. Vuole imporre il suo pensiero a tutti, senza rendersi conto che, a volte, le cose non funzionano. Per farla breve, non l’ho più riconosciuto e mi dispiace”.
Quando saluta il popolo granata, Dossena ha maturato in tutto, oltre alle 36 maglie azzurre condite con un gol, 241 presenzeper 29 reti, alcune,rifilate alla Juventus, restano indimenticabili (vedi il mitico derby del 27 marzo 1983, vinto 3-2 dai granata in prodigiosa rimonta).
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