Gino Rossetti, “lo sfondatore”

"Rossetti ha l’amor dell’arte".

Mezzanotte era passata da un pezzo, in quella calda nottata dell’estate del 1926, quando bussarono alla porta della camera dell’alberghetto di Genova dove Gino Rossetti riposava dopo aver depositato i bagagli nel piroscafo che doveva portarlo in Cile.

Gino aprì e si trovò di fronte l’amico Nicolino Latella, portiere dello Spezia, e il dirigente granata Norzi. I due avevano concluso felicemente un rocambolesco inseguimento, ultimo atto di una lunga trattativa per trasferire Gino dallo Spezia al Torino, per 25mila lire alla società e 600 lire di stipendio al giocatore.

Incomincia così, come l’incipit di un romanzo d’appendice, quella che diventerà la meravigliosa storia granata di Gino Rossetti, professione attaccante e, più nello specifico, goleador. A volerlo a tutti i costi è il presidente Marone Cinzano, al fine di completare il duo Baloncieri-Libonatti e farlo diventare un terzetto. Meglio dire il “trio delle Meraviglie”.

Il presidente ha intenzioni più che serie: nella stagione precedente i granata han dovuto cedere il passo al Bologna, è giunta l’ora per il Toro di fare meglio e così sarà con la conquista del primo scudetto della storia granata (quello revocato!).

Rossetti è quindi l’ultimo dei tre ad approdare al Torino e lo fa con tutto lo slancio e la vitalità di un giovane che ha dalla sua grinta e voglia di sfondare. La stagione è importante per il Club granata perché non solo la squadra è, a detta di tutti, attrezzata per fare molto bene, ma anche perché è nato il Filadelfia.

Meglio che il giorno della sua inaugurazione, il 17 ottobre 1926, Rossetti non poteva scegliere per il suo primo appuntamento granata con il gol. Un Torino, che straripa nel secondo tempo, manda in solluchero i tanti presenti con un 4-0 ai danni della Fortitudo di Roma e una coppia di reti porta la sua firma.

Rossetti diventa di colpo uno dei beniamini della tifoseria che non può certo immaginare in quante occasioni avrà la soddisfazione di applaudirlo. In cuor suo, invece, lui lo sa bene, sa che il gol, in una squadra così forte, diventerà il suo pane quotidiano. Gli piaceva raccontare: «Giocare a fianco di Baloncieri per me era come andare a nozze ogni domenica.

Mi apriva davanti, con quel suo magico tocco, spazi e corridoi dove non mi restava che infilarmi per andare in gol. Libonatti, poi, segnava anche tanto, ma era altruista e generoso, in campo come nella vita.

Se credeva di non essere piazzato per segnare temporeggiava, oppure favoriva il compagno dell’attacco meglio piazzato. Ho fatto molte reti arrivando da dietro».

Dire che Rossetti fosse un interno, per il solo fatto che il tabellino di squadra lo indicava con l’ipotetico (i numeri sulle maglie ancora non apparivano) numero 10, è più che altro una comodità. Si trattava, in effetti, di un centravanti puro, uno sfondatore come pochi altri nella storia del nostro calcio.

Bruno Roghi, lo tratteggia in tre simpatici punti: “E’ il cannoniere acrobata. Gioviale, snello, robusto, l’esuberanza fa il numero uno del suo ricco repertorio. Il rettangolo, per Rossetti, è tutto terreno di manovra, in lungo e in largo; vola dove c’è preda: onnipresente, instancabile. L’intelligenza fa il numero due.

Il ricettario dei gol marca Rossetti è vario. Ha il gol su passaggio in linea netto, preciso che casca come il punto a chiusura del periodo. Ha il gol di possesso: impetuoso, fulmineo, brutale, che paralizza il portiere e squassa la rete. Ha il gol improvvisato, certi rovesciamenti di pallone che raddrizzano la folla sugli scanni e trovano per la strada un nembo di acclamazioni.

La malizia fa il numero tre. Rossetti ha l’amor dell’arte: un passo ben riuscito di virtuosismo gli mette agli angoli della bocca un risolino che è un compromesso fra la gioia e la beffa. Talvolta si fa ingannare dalla sua stessa bravura: puntando tutti i gettoni della classe su un episodio del gioco, perde la visione generale della gara: e si sbanda, si arrabbia. Un campione”.

Le tante soddisfazioni che coglie in granata gli aprono anche le porte del paradiso azzurro e un ricordo, in modo speciale gli resta nel cuore, quello della prima maglia a Ginevra, contro la Svizzera nel gennaio del 1927.

Il Trio al gran completo (sono cinque i granata in squadra) per una vittoria esaltante 5-1, perché tutte le reti hanno il marchio del Toro: tre Baloncieri e una a testa Libonatti e il “nuovo azzurro” Rossetti. In altre parole: il gol come vizio.

In Campionato ne timbra 132 con una media che supera lo 0.50! Nella stagione 1928-29 ne fa addirittura 36, uno score eguagliato soltanto in anni recenti da Higuain del Napoli e Immobile della Lazio. Nel suo periodo granata 2 scudetti (uno revocato) e 13 gettoni azzurri arricchiti da 9 gol.

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