Franco Ossola, “il Franco tiratore”

“Vederlo giocare è puro spettacolo, con la palla fra i piedi sembra un brasiliano”, dicono i compagni, opinione condivisa da Gianni Brera che lo dice talento sudamericano.

L’imberbe Franco Ossola, accogliendo la chiamata nei ranghi granata per voce del presidente Ferruccio Novo, non può certo immaginare che sottoscrivere il contratto con il Torino lo consegnerà alla storia della squadra che diventerà il Grande Torino, come prima tessera di un mosaico pressoché perfetto. Ha appena 18 anni, ma, calcisticamente, non ha nulla da imparare.

Baciato da una classe innata e cristallina ha mosso i primi passi nel Varese, la squadra della città in cui è nato, da una famiglia benestante. Per dare sfogo alla sua passione di giovane calciatore ha dovuto scendere a patti, accettando di affrontare i severi studi del Liceo Classico e per di più in collegio (il Gallio di Como), ma il baratto è sopportato volentieri, pur di giocare.

Per una singolare coincidenza, tocca a un ex grande granata scovare il tesoro che Ossola ha nei piedi. Dal tavolino del bar dove, il pomeriggio, è solito prendersi un momento di riposo, Antonio Janni, che al momento è l’allenatore del Varese, lo vede giocare da solo con una palla di stracci che non cade mai a terra, tanta è la padronanza dei gesti con ambo i piedi. Dopo un breve tirocinio, Ossola è subito aggregato alla prima squadra e il 22 gennaio del 1939 esordisce in Serie C in Varese-Omegna.

La settimana dopo, contro il ben più titolato Como, arriva anche il primo gol. Sorte vuole che in rosa ci sia anche Luigi Magni, un caro amico che, da lì a qualche anno, Ossola, da ala, si troverà ad affrontare, lui terzino, niente meno che nelle file della Juventus, per non dire, infine, della presenza in quel Varese di un compagno, tale Rigamonti, che sembra preannunciarne un altro.

Malgrado le buone promesse, Ossola gioca poco, la verità è che Janni non vuole scoprirne le talentuose carte, nel timore che gli occhi delle potenti squadre milanesi, Ambrosiana Inter e Milan, si posino sul ragazzo: Ossola deve vestire la casacca granata. Il passaggio, del tutto in sordina, avviene nell’estate del 1939: Janni convince Novo e Franco Ossola è uno dei primissimi acquisti della rinnovata dirigenza granata.

Sarà lui, nell’arco di una decade trionfale, che vivrà da protagonista, ad accogliere, uno ad uno, tutti quei compagni che, sapientemente amalgamati da un presidente visionario, ma quanto mai concreto, daranno vita alla squadra imbattibile. Presto ambientatosi, nella stagione 1940-41 diventa titolare e nel ruolo di centravanti si impone come miglior stoccare d’annata. In verità, può giocare in qualsiasi ruolo d’attacco, persino come mezzala, sebbene non ne possegga il fisico che non è da sfondatore.

Col tempo questa sua duttilità torna utile all’economia della squadra, andandosi poi a cristallizzare nel ruolo di ala mancina, così come ricordato nella filastrocca, simile a una poesiola, che ricorda il nome degli undici Campionissimi di Superga:…Mazzola, Ossola.

Da attaccante puro vive appieno l’intera saga del Grande Torino. Glielo consente una tecnica superiore, di prim’ordine. Anche gli osservatori più attenti, non sanno decifrare quale sia il suo piede preferito. Gioca con intelligenza, non con potenza; tratta la palla a testa alta. Si muove lungo la linea laterale sovente in un fazzoletto di campo; il repertorio delle finte è vario, il corpo ondeggia e… via per il cross al centro o a puntare la porta.

“Vederlo giocare è puro spettacolo, con la palla fra i piedi sembra un brasiliano”, dicono i compagni, opinione condivisa da Gianni Brera che lo dice talento sudamericano. Fa loro eco Ettore Berra che scrive: “Bisogna seguirlo Ossola per comprendere quanto valore abbia l’intelligenza di gioco in una partita. Il suo tocco della palla è veramente quello di un tecnico maturo, una dote innata perché nessun allenatore riuscirà mai ad apprendere ai suoi allievi come si tratta la sfera di cuoio. E questo è stile, cioè quello che caratterizza e distacca l’elemento di classe dalla massa. Il fiuto del gioco, cioè quel senso naturale e spontaneo che guida l’atleta nei meandri della partita e che gli indica il corridoio entro cui deve essere infilato un passaggio, egli lo possiede marcatissimo”.

Ma altrettanto marcato in lui è un altro fiuto, quello del gol. Segna con regolarità, tanto che ancora oggi occupa un posto di rilievo nei cannonieri all time del Torino e a proposito di gol vale ricordare un bel record che gli appartiene: essere andato in rete per otto domeniche di fila (dal 7 marzo al 2 maggio 1948), impresa mancata, in regime di Campionato a girone unico, da tanti altri goleador granata. Grande opportunista, la glaciale freddezza con cui a volte segna, lascia non solo di sale i portieri, ma sorprende anche i tifosi e, certe volte, persino i compagni.

Tanta maestria calcistica non gli vale però la maglia azzurra della Nazionale maggiore, se non in veste di riserva. Vittorio Pozzo ama gli specialisti di ruolo e gli attaccanti che sfondano, la malleabilità di Ossola lo penalizza. Nell’ultima stagione avrebbe potuto trasferirsi all’Ambrosiana-Inter, per andare a chiudere la carriera vicino casa, in cambio di Campatelli, ma, come sempre accadeva in quegli anni per lui e compagni, la forza di convincimento di Novo e il pensiero di continuare a vincere sortivano il magico effetto di allontanare ogni pensiero di separazione.

In granata Franco Ossola conquista 5 scudetti (dal 1942 al 1949) e la Coppa Italia del 1942-43.

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