Ezio Loik, “Elefante”

"Macina chilometri, instancabile, senza perdere la lucidità, quando l’opportunità si offre, di andare in gol,  grazie a un tiro potente e preciso".

Lo chiamavano “elefante” sin da quand’era ragazzo, per via di un fisico compatto e robusto e un passo un po’ ciondolante, non certo elettrico. Una simpatica etichetta che si è portato dietro per tutta la carriera.

Ezio Loik nasce a Fiume, al tempo ancora italiana, in una famiglia di modeste origini, con il padre che lavora con fatica nel silurificio cittadino.

Oltre a lui in casa ci sono due fratelli, Ervino ed Egeo.

Il primo gioca con profitto come laterale nella Fiumana in Serie C. Ezio lo ammira e vuole imitarlo, vuole anche lui giocare al pallone.

Entra a far parte di una squadretta di giovani dilettanti, la Leonida, un nome che suscita nei ragazzi immagini eroiche, spartane. E’ qui che il factotum della piccola società, un tal Rudy Trontel, gli affibbia l’appellativo di elefantino, che diventerà elefante crescendo, per quelle spiccate doti di energia e resistenza alla fatica che lo mettono subito in evidenza.

Basta poco, infatti, ai dirigenti della Fiumana per accorgersi delle sue qualità e ad accasarlo. A nemmeno 17 anni già si è guadagnato un ruolo da titolare fisso, superando, per stile e rendimento il fratello Ervino.

Nel 1937 arriva il primo grande passo verso il calcio che conta: lo acquista il Milano, la dizione Milan è messa temporaneamente da parte per volere del regime che non ama termini che non siano nostrani. In maglia rossonera si fermerà tre anni, ma con alterna fortuna. In verità, non riesce mai ad esprimersi come vorrebbe, anche perché costretto a giocare nel ruolo non suo di esterno di sinistra. Certo, l’ingaggio è importante, quando Loik riceve il primo ne rimane quasi stordito, ma lo è di più non sentirsi a proprio agio e così nel 1940 accetta il trasferimento al Venezia.

E’ con questo passaggio ai neroverdi che si compie il suo destino calcistico. Incontra Valentino Mazzola e con lui compone una coppia di interni di grande valore. Grazie ai due il Venezia conquista la Coppa Italia, primo trofeo di prestigio del club lagunare.

Quando in vena la coppia sa dare spettacolo.

Non può non accorgersene l’occhio vigile di Vittorio Pozzo, il commissario unico della Nazionale che li veste d’azzurro trovando in loro i degni sostituti di due autentici fuoriclasse Giovanni Ferrari e Peppino Meazza, campioni del mondo ormai giunti al capolinea della carriera azzurra.

Ed è proprio Pozzo che li raccomanda a Ferruccio Novo il presidente del Torino, il quale nell’estate del 1942, con un autentico colpo di mano, li porta in granata, sottraendoli a una Juventus in agguato, in cambio di un assegno di un milione e duecentomila lire più la cessione del valido interno Walter Petron, destinato a morire a Padova sotto un bombardamento, e del modesto argentino Raul Mezzadra. Per il Torino è il salto di qualità atteso, tanto che sarà subito scudetto, il primo dei 5 consecutivi, e Coppa Italia.

Con a fianco l’amico Mazzola, sin da subito Loik riesce ad esprimersi al meglio. Se a Valentino è concesso giocare come vuole, capace com’è di fare tutto: attaccare, difendere e segnare, nel quadrilatero di metà campo del Torino, alla cui composizione concorrono anche Grezar e Castigliano, a Loik è demandato il compito di interdire, senza però rinunciare all’impostazione e al tiro a rete. In questa posizione si trova a meraviglia, padrone del centrocampo. Ci sono domeniche, quando qualcuno in squadra latita, in cui è lui a prendersi la squadra sulle spalle e a tirarla fuori dall’incertezza.

Macina chilometri, instancabile, senza perdere la lucidità, quando l’opportunità si offre, di andare in gol,  grazie a un tiro potente e preciso.

E a proposito di reti, sono almeno due le occasioni che non si possono dimenticare certamente a Loik particolarmente care. Nel febbraio del 1949, appena due mesi prima del rogo di Superga, il Torino affronta per l’ultima volta la Juventus nella classica stracittadina. Vincono, come spesso accadeva, i granata per 3-1. Alla rete iniziale di Gabetto, Ezio aggiunge le due restanti, fra il,tripudio del popolo granata.

Il secondo momento non si verifica con la maglia del Toro, ma con quella della Nazionale Nel maggio del 1947 l’Italia, che schiera ben 10 granata assente solo il portiere Bacigalupo rilevato dallo juventino Sentimenti IV, ospita in amichevole di lusso proprio allo stadio Comunale la Nazionale ungherese ricca, di campioni, fra cui il giovane Ferenc Puskas. La partita sta per finire in parità sul 2-2 quando, proprio in zona Cesarini, cioè all’ultimo minuto, Loik, fintato un avversario, dal limite dell’area fa partire un diagonale neppure troppo potente, ma quanto mai preciso, verso la porta ungherese. Il portiere, in parte coperto, ne rimane sorpreso e spiazzato e così la palla va a sbattere contro il palo di legno e si insacca per una vittoria prestigiosa.

Per Ezio Loik è l’apoteosi.

In azzurro Loik gioca 9 partite (7 mentre è granata) e realizza 4 reti (3 in granata). Con il Grande Torino vince 5 scudetti e una Coppa Italia.