I ragazzi impazzivano e strabuzzavano gli occhi stupiti dalla meraviglia quando Castigliano si concedeva nel suo numero di prestigio: lanciare in aria una monetina, colpirla prima che toccasse terra con il tacco della scarpa per farle compiere la parabola perfetta e andare a infilarsi nel taschino della giacca, appena dischiuso fra pollice indice.
Monetina che, ripescata, finiva fra le mani in attesa di uno dei piccoli ammiratori. Come un giullare, un arlecchino, eppure a vederlo così com’era mostrava tutt’altro aspetto, tanto da far scrivere a Vincenzo Baggioli: “Così ben aggiustato e di sobria eleganza, non avresti mai detto che Castigliano fosse un giocatore di calcio: visto in borghese avrebbe potuto darti l’impressione del commerciante oculato, del puntuale impiegato di banca o del fortunato piazzista…”.
L’ultimo paragone calza a pennello, ma erano gol e non merci qualunque i siluri che Castigliano piazzava nelle porte avversarie.
È la scuola vercellese, al tempo ancora in gloria, a svezzarlo nei primi rudimenti, per quanto il ragazzo ne abbia poca necessità, già corredato com’è di un repertorio completo, da ritoccare solo nei dettagli.
Particolari che mette a punto nello Spezia, dove da interno sinistro si trova a meraviglia. Mettersi in mostra per lui è facile, ma il momento non è favorevole, la guerra interrompe il regolare corso dei Campionati. Le squadre si sfasciano e si ricompongono con
acquisizioni provvisorie per l’improvvisato torneo di guerra del 1944, nel corso nel quale Castigliano passa alla Biellese.
Sorte vuole che avvenga con la casacca a strisce bianconere (simil juventine) dei lanieri la sua conoscenza con i granata, campioni uscenti, alcuni dei quali da lì a breve diventeranno inseparabili compagni. Il 12 marzo 1944 si gioca Torino-Biellese al Motovelodromo, visti i danni patiti dal Filadelfia. Castigliano e compagni fanno da comparse, il Torino passeggia, vince 7-1, per le doppiette di Mazzola, Piola, Ferraris II e la ciliegina di Gabetto. Chissà se in cuor suo ci fa un pensierino a vestire la maglia granata.
Deve solo avere pazienza e continuare a giocare bene, come fa la stagione successiva nei Vigevanesi, in attesa che il Campionato ritorni alla normalità. Nell’estate del ’45 forse si sorprende, ma spera che la notizia sia vera, quando legge un trafiletto in cui il suo nome è accostato al Torino.
Al tempo, la campagna acquisti e cessioni scorreva in brevi momenti non frenetici come ora; le società si scambiavano brocchi e campioni, ma tutto avveniva senza clamori. Senza eguali, in questi movimenti, era Ferruccio Novo, il presidente del Torino. Il solo a non essersi mai fermato, anche nei periodi difficili, era stato lui.
Sotto traccia, le sue ragnatele non avevano mai smesso di catturare la meglio gioventù del nostro calcio. Quando torna il sereno e con esso il Campionato, in una difesa granata tutta rinnovata, con la sola eccezione del già presente Grezar, a Castigliano si aggiungono Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Rigamonti. Per qualche addetto ai lavori una simile rivoluzione è un azzardo, ma sarà presto smentito.
Nella geometria granata, Castigliano è chiamato dal tecnico Ferrero a fare un passo indietro: non più da interno, ci sono Loik e Mazzola, ma il suo contributo lo dovrà dare da laterale di spinta. Un invito a nozze, perché arrivare da dietro gli permette di sorprendere e soprattutto di avere maggior spazio per aggiustare le coordinate del tiro. Non gli garba perdere il vizio, è troppo grande la soddisfazione che prova nell’andare in gol.
Più volte decantato, quello che rifila al Bologna che nel novembre del 1946 si presenta al Filadelfia con il petto in fuori del suo portiere Glauco Vanz mai violato nelle prime sette partite. Ebbene, a sfatare la magia ci pensa una sua fiondata da fuori area, la palla sibila e si infila impietosa. La breccia è aperta e il Bologna tornerà a casa con quattro palloni nel sacco.
Quando lo trovi in giornata, Castigliano si sventaglia come un manuale: anche se le lunghe leve danno l’idea che non arrivi in tempo, sulla palla lui c’è sempre; pensi abbia già dato tutto e lo vedi tagliare il campo da area a area e quando credi che abbia finito le munizioni eccolo tirare fuori dal cilindro magico dei suoi piedi una cannonata precisa e imparabile.
Un giochino, il gol, che gli riesce in modo impressionante nella fase finale del Campionato 1945-46 quando si laurea cannoniere scelto con la bellezza di 13 gol, di cui 4 dei 7 rifilati dai granata al Napoli, in 14 gare. Puntuale per lui, non può mancare la maglia azzurra che veste in 7 occasioni, arricchite da un gol all’Austria.
Sono 4 i tricolori vinti con il Torino, divenuto Grande anche per suo indubbio merito.
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