Piuttosto complicato, per chi ha nella testa l’idea fissa di diventare un giocatore professionista, mettere insieme studio e allenamenti che, mano a mano che si cresce, si fanno sempre più esclusivi e impegnativi, per testa e corpo. Il giovane Bearzot lo sa, ma non si scoraggia, ché la determinazione è la sua dote caratteriale più spiccata.
Per questo affronta di buon grado la severità del collegio salesiano, con le asperità del liceo, sapendolo anche garanzia di una educazione sportiva non trascurata.
Nelle ore di stacco dai libri, protagonista è il pallone, per le infinite sfide che solo la campanella e i vivi richiami dei docenti, che segnalano il rientro in classe per la ripresa delle lezioni, sono in grado di interrompere.
Un tempo, quello del collegio, fatto di sogni e speranze che si concretizzano, ancor più che nella licenza, in una firma sul tesserino della Pro Gorizia dove Bearzot a neppure vent’anni prende a vestire la maglia dell’interno, con un immediato riscontro di valore, qualità capace di tacitate anche le reiterate ritrosie del padre che lo vuole medico.
E poi, consumati i primi calci, come opporsi, come resistere, alla calamita dell’Internazionale, una delle grandi signore del calcio, che lo attira nel mondo che conta. Per il suo passaggio ai nerazzurri, ci mette l’occhio navigato, Giulio Cappelli, in gioventù uno dei ragazzi che, guidati da Vittorio Pozzo, avevano colto l’oro a Berlino nella magica Olimpiade calcistica del 1936, rimasto nel calcio come talent scout, quindi d.t. e trainer.
Sovente, riferendosi ai giovani che ben promettono, si sente dire come sia facile, proiettandoli anzitempo su palcoscenici esigenti, far loro correre il rischio di “bruciarli”, ovvero, nel caso di un avvio difficile, stopparli sul più bello, compromettendone la carriera.
È ciò che accade al neo interista, non solo non ancora del tutto pronto, ma calato in un contesto calcistico di primissima fascia, senza essere passato per gradazioni intermedie, dove poter assimilare e fare proprio, con maggiore consapevolezza, il “mestiere” del calciatore, sovente solo dal di fuori percepito come scintillante.
Le tre stagioni (1948-51) trascorse con la maglia interista, se non sono da “buttare” completamente, perché fruttano comunque esperienza, poco ci manca, al punto che lo stesso interessato, sorridendo, amava ricordare: “Del tempo passato all’Inter una cosa nitida ricordo: lo scappellotto, per ricondurmi alla realtà, che mi appioppò il capitano Benito Lorenzi, il giorno del mio debutto a San Siro.
Ero talmente agitato che mi infilai la maglia numero 4 al contrario, dico col numero sul petto anziché sulla schiena!”.
Il rimedio ha i colori rossoblu del Catania, altri tre anni per crescere, rientrare e, alla fine, approdare al Torino e al Filadelfia, una realtà lontana anni luce da San Siro, ma testimone, fino a poco tempo prima, delle esaltanti imprese del Grande Torino, ragazzi che lui aveva sfiorato, senza mai incontrarli sul campo, da riserva nerazzurra.
È al Torino che Bearzot si fa calciatore vero, completo. Da tempo ha lasciato il posto di mezzala e, fatto un passo indietro, ha ripiegato sulla linea mediana, adattandosi con intelligenza ora come laterale ora come libero, un ruolo ormai impostosi in tutte le realtà calcistiche del momento.
In un Torino che ancora deve trovare la bussola che sappia orientarlo dopo la tragedia di Superga, si trova al bacio, per carattere, umiltà e voglia. Si cala nella parte di uomo di riferimento per i tanti giovani con cui la Società granata tenta di risollevare la testa.
Gioca con continuità e rendimento alti, entrando in sintonia con l’ambiente come pochi altri, nella lunga storia del Toro, sono riusciti a fare. Percepisce che la fede dei tifosi, rimasti orfani della grande squadra, deve essere alimentata ogni domenica più ancora che con i risultati, con l’impeto di giocatori che ce la mettevano sempre tutta, con coraggio.
Sa di non essere un fuoriclasse e accetta con buono spirito ciò che scrive di lui, il giornalista Bruno Roghi: “È il caratteristico operaio di palla che, a seguito di assidua specializzazione, annoda e snoda i fili del gioco, ora offrendo all’attaccante il trampolino, ora offrendo al difensore un punto di appoggio.
Non si tratta di un lavoro che scintilla e sfavilla. Bearzot non è un passaggio obbligato delle cronache delle partite, spesso è addirittura dimenticato come, nella lista del ristorante, non si fa citazione del pane; ma è proprio il pane la base del nutrimento. È questo un tipo di lavoro la cui presenza può passare inosservata, ma la cui assenza balzerebbe subito agli occhi…
Nel Torino Bearzot ha forse trovato l’occasione e il modo di manifestare in tutta pienezza ed evidenza di rendimento le sue doti di artigiano del gioco: e qui il termine di artigiano, così nobile in tutti i settori dell’attività creativa, vale positivamente e compendia le virtù tecniche, tattiche, atletiche e morali che fanno di un giocatore uno strumento vitale dell’intera squadra”.
La fascia di capitano lo ripaga e quando la cede al giovane Giorgio Ferrini, il passaggio resta un fatto nodale nella storia del Toro: una staffetta che meglio non avrebbe potuto garantire umanità e passione al mondo granata.
Oltre alle tante presenze (sulle varie competizioni più di 250), per Bearzot in granata anche una maglia azzurra.
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