Si deve arrivare alla quarta edizione del Mondiale per incominciare a intravedere qualche tocco granata nella spedizione azzurra.
Se nella prima avventura, quella del 1930 in Uruguay, l’Italia non è presente (una trasferta ancora troppo complicata per la claudicante organizzazione del nostro calcio), nelle due successive edizioni si parla solo di Azzurri e delle loro vittorie. Nel 1934 in Italia e nel 1938 in Francia il trionfo dei nostri colori è assoluto: due titoli conquistati nelle finalissime di Roma sulla Cecoslovacchia e di Parigi sull’Ungheria (il meglio del calcio danubiano di quegli anni).
A dire il vero il tocco granata c’è, eccome, ma non è tra i ranghi dei giocatori convocati e scesi in campo: sta nella figura del c.t., ovvero Vittorio Pozzo. Dal 1912 al 1922, per un intenso decennio, Pozzo da una metaforica panchina, aveva guidato le sorti del Torino F.C., passando alla storia del club come il primo vero allenatore dei granata.
Sotto la sua direzione (pare giusto dire così dal momento che Pozzo nel Torino svolgeva ogni genere di compito, compresa la redazione della Rivista Sociale) la squadra aveva assunto una propria fisionomia, arrivando a un passo dal titolo e compiuto una pazzesca – vien da dire quasi incosciente – trasferta alle Americhe nell’estate del 1914, la vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia.
A completare l’opera, in framezzo ai due titoli mondiali, Pozzo aveva portato alla vittoria un manipolo di dilettanti all’Olimpiade di Berlino del 1936, innalzando il blasone azzurro al vertice massimo.
È solo in occasione dell’edizione brasiliana del 1950 che qualche sfumatura di granata si accompagna ai Mondiali, nelle figure di Ferruccio Novo e Riccardo Carapellese, commissari tecnici con Bardelli e Biancone, mentre fra i nomi della rosa spiccano due granata: l’attaccante Riccardo Carapellese e il portiere Giuseppe Moro.
È una spedizione orfana del Grande Torino. Nei piani azzurri – con l’Italia Campione in carica, visto il “buco” causato dalla guerra – si fantasticava di un Mondiale che avrebbe avuto l’Italia fra le favorite, grazie a una squadra basata su un’ossatura granata, corroborata da qualche inserimento opportuno nei vari reparti.
Bacigalupo e compagni, con in testa Valentino, non vedevano l’ora di potersi confrontare in maglia azzurra con la crema del calcio mondiale e in più di un’occasione il giovane portiere granata aveva confessato questa ambizione come un suo grande sogno nel cassetto. Ma ogni immaginazione si era spenta sul colle torinese il 4 maggio di un anno prima.
La “sindrome di Superga” sconsiglia una trasferta aerea – la gran parte dei giocatori si rifiuta di salire su un aereo – si opta quindi per un interminabile viaggio in nave. Prima di arrivare a destinazione tutti i palloni destinati agli allenamenti sul ponte della nave sono finiti nell’oceano, per il divertimento dei banchi di delfini che seguivano la scia della SIES, e la condizione fisica dei nostri è alquanto precaria. Allenarsi nella palestra della nave non basta.
E così, quando si scende sul prato dell’Estadio Municipal do Pacaembu a San Paolo (dove nell’estate del 1948 si era già esibito, vincente, il Grande Torino), per la prima gara di qualificazione alla fase finale, le gambe degli azzurri non girano. Davanti hanno una Svezia pugnace e potente.
Anche se il match inizia bene con la rete del granata Carapellese, il primo tempo si chiude sul 2-1 per i nordici, capaci di un terzo gol che rende vano il nostro secondo per opera di Muccinelli: finisce 3-2.
Pur battendo 2-0 il Paraguay (gol, ancora, di Carapellese e Pandolfini, e il granata Moro in porta) terza squadra del mini girone (la quarta, l’India, non si era presentata), siamo già fuori, visto il successivo pareggio della Svezia coi sudamericani: Svezia 3 punti, Italia 2, Paraguay 1 e tanti saluti al Mondiale. Speriamo di rivederci fra quattro anni in Svizzera.
Sì, in terra elvetica gli azzurri ci andranno, ma solo per rimediare ancora una volta una triste figura. A tenerli lontani dalla fase decisiva del Mondiale sono proprio i padroni di casa che in un drammatico (per noi) spareggio liquidano 4-1 i nostri alfieri. Un vero peccato non esserci proprio l’anno delle prime, entusiasmanti, riprese televisive!
Nessuna impronta granata in questa spedizione. Per il Torino gli anni Cinquanta sono quelli della sofferenza e dell’attesa di poter, prima o poi, riprendere un posto di rilievo nella realtà del nostro calcio.
Alla delusione svizzera segue quella ancora più cocente della mancata qualificazione (si tratta della prima volta) alla fase finale dei successivi Mondiali in Svezia. In Nazionale sono tornati in auge gli “oriundi” (Pozzo che se li era “inventati”, li chiamava “rimpatriati”), ma la formula non funziona.
Scrive, mordace e impietoso, Antonio Ghirelli: “Dove si sarebbe dovuto combattere col tricolore fra i denti, si sceglievano dei professionisti stranieri che, pur senza essere riducibili al rango di mercenari, non potevano sentire che molto relativamente il pungolo della maglia azzurra”.
Ancora nulle, anche in questo Mondiale, le sfumature granata, ma il tempo del riscatto sta per arrivare e qualche spiraglio di speranza riavviva l’anima del club e con essa tornano rinnovati riflessi granata sui sentieri azzurri del calcio mondiale.



