Alla fase finale del Mondiale 1962 – VII edizione della Coppa Rimet – l’Italia ci arriva con le carte in regola per poter rimediare una buona figura e dimenticare la spiacevole avventura della precedente edizione dove, per la prima volta, era stata esclusa dal torneo conclusivo a opera dell’Irlanda del Nord.
In campionato Milano ha dominato la scena con il Milan campione tallonato da Inter e Bologna che stanno facendosi grandi. Da parte sua il Torino – emerso, solo da due stagioni, come purificato, dalla prima discesa fra i cadetti della sua storia – guidato da Beniamino Santos, è tornato a essere squadra da rispettare, tanto che con il settimo posto finale bissa la soddisfazione già colta nel campionato 1956- 57, di tagliare il filo di lana davanti alla Juventus. Di questa buona condizione granata si fa emblema Giorgio Ferrini che, dopo il match di esordio nell’amichevole pre mondiale col Belgio, è aggregato alla rosa degli azzurri che vola in Cile per la fase finale del Mondiale.
Il girone che ci deve ammettere alle battute per il titolo comprende la Germania Ovest, la Svizzera e il Cile. Qualche remora in merito ai sudamericani che, da padroni di casa, saranno di certo “aiutati”, ma in genere regna l’ottimismo. Lo 0-0 contro i tedeschi nella gara d’apertura, rende già importante il risultato della seconda, che è proprio contro i cileni.
L’undici che la commissione tecnica manda in campo è completamente stravolto rispetto al primo schierato contro i tedeschi: in attacco, ad esempio, stanno fuori Sivori e Rivera, rimpiazzati da Mora e Maschio. Sono le ultime battute degli oriundi in maglia azzurra, alla fine, i soli che pagheranno per quanto accadrà in questo sciagurato campionato.
Come previsto, il match coi cileni è alla dinamite, un’atmosfera avvelenata, fomentata, per di più, da una stampa italiana che imprudentemente aveva dipinto il paese come povero e corrotto. I primi botti arrivano presto. L’italo argentino Maschio si ritrova col setto nasale fratturato per una gomitata di Lionel Sanchez che gli grida (traidor) a due passi da un guardialinee inerte, mentre Ferrini, reo di una spontanea reazione, forse anche a vendicare il compagno, viene senza indugio espulso già al 7’ dall’arbitro inglese Kenneth Aston, sin dalle prime battute visibilmente incapace di governare una partita astiosa, che molti definiranno una delle più violente e scandalose di sempre dei Mondiali.
Al cospetto del cartellino che lo caccia dal campo, Ferrini ha una reazione di incredulità e solo l’intervento di alcuni carabineros riesce a farlo allontanare dal prato: Italia in dieci che diventano nove sul finire del primo tempo quando David, per ripicca al pugno in precedenza ricevuto dal solito Sanchez, cerca di colpire di slancio una palla alta proprio in corrispondenza del volto del rissoso cileno. Un fallo evidentissimo, che venne definito “da omicida”.
In nove l’Italia tiene fino a un quarto d’ora dalla fine: a mandarci a casa ci pensano i gol di Ramirez e Toro che rendono vana la nostra successiva vittoria per 3-0 sulla Svizzera. Le polemiche a non finire in merito alla qualità degli azzurri sono comunque in parte ovattate da quello che era stato il comportamento, ad onor del vero realmente scandaloso, tenuto ai danni della nostra Nazionale da parte dell’arbitro Aston, il vero killer dei nostri colori in Cile.
Ma già si pensa ai prossimi Mondiali, quelli del 1966 in Inghilterra, la squadra affidata sin dal rientro dal Sudamerica a Edmondo Fabbri, detto “Mondino” per la bassa statura, che batte la concorrenza di Helenio Herrera, voluto da molti.
L’ultimo Toro guidato da Nereo Rocco ha chiuso la stagione 1965-66 al decimo posto, sopendo il grande entusiasmo che aveva portato nel mondo granata la terza piazza dell’anno precedente, miglior piazzamento del dopo Superga. Ma il “paron” ha voglia di rientrare al Milan e chiude, con la squadra, un poco mogio. Pimpanti, al contrario, sono due splendidi puledri granata: il difensore Roberto Rosato e l’attaccante Gigi Meroni, convocati da Fabbri come componenti la rosa al Mondiale britannico del ‘66, fase eliminatoria che agli azzurri oppone di nuovo Cile, U.R.S.S. e la misteriosa Corea del Nord.
Ligi alla tradizione che la vendetta si consuma fredda, l’Italia, con Rosato (alla 13° in azzurro) schierato centrale, batte i cileni 2-0. Non si gioca bene, ma quel che conta è vincere per andare avanti. Per il secondo match con l’U.R.S.S. sono due i granata in campo ancora Rosato e Meroni. Ma è giornata no, perché basta un gol dei sovietici (Cislenko) per una sconfitta meritata, ma certo non preventivata.
Lo è ancora di più, quella che segue contro la Corea del Nord, arrivata alla fase conclusiva dei Mondiali in modo quasi rocambolesco e del tutto inatteso. La sconfitta con i russi annebbia la lucidità di Fabbri che cambia ancora una volta l’undici che scende in campo per subire, fra incertezze e paure, una confitta che resterà la più clamorosa mai patita dal calcio azzurro.
Con una rete al 42’ del primo tempo a firma Pak Doo-Ik i carneadi asiatici, descritti da certi tecnici come dei “ridolini” per il loro modo frenetico di correre e di giocare, ci estromettono in modo a dir poco impensabile. Per loro fortuna personale, i due granata, Rosato e Meroni, non sono fra i protagonisti in negativo di questa debacle.
Quando si torna in Italia, fra mille e mille polemiche, al grido di “Corea, Corea” e al lancio di pomodori, Fabbri, ritenuto il solo responsabile del fallimento, viene immediatamente giubilato a favore della coppia Herrera-Valcareggi, con quest’ultimo che a breve resterà solo alla guidadella squadra azzurra: missione Mexico’70.



