Profondamente cambiato il calcio di oggi, sempre più teso alla concretezza dell’affare e all’apparenza spettacolare, ha ormai chiuso le porte alle immagini romantiche, prima fra tutte, l’illusione che affezionarsi a una maglia abbia ancora un senso, fantasie, forse ingenue ma vitali, che un tempo alimentavano la passione del tifoso.
Bandita ogni sdolcinatura, chiuse in soffitta per sempre recriminazioni e lacrimucce pensando a ciò che è stato e che si è perso, la realtà si è fatta più severa per tutti: per chi gioca, mosso da un costante andare e venire da una società all’altra, e per chi tifa, costretto presto a disincantarsi.
Per questo, riscontrare nel panorama calcistico odierno un giocatore che, scansata la fregola di cambiare aria nel breve, ha la fermezza di indossare a lungo la stessa casacca, non solo stupisce ma si rivela come autentica eccezione.
Per sette intense stagioni il Torino è stato il destino agonistico di Andrea Belotti, professione centravanti e cannoniere. Una vocazione, quella del gol che gli si accende prestissimo, sin dalle battute iniziali di una bella carriera, che l’ambiente fosse quello dilettantistico delle squadre di oratorio, come la Grumellese, o quello, senz’altro più impegnativo dei semiprofessionisti dell’Albinoleffe.
La caccia al giocatore che segna, che sa esaltare la vena realizzativa per sua propria iniziativa o finalizzare al meglio, con il gol, il lavoro dei compagni, è costantemente aperta ed è questa la bussola che guida i tanti gli occhi di chi, competente, osserva per catturare qualche campione in erba.
Nel caso di un giovane Belotti, la tinta del salto che conta è quella rosanero del Palermo, la cui dirigenza ne intuisce le qualità e lo affianca a un altro elemento di caratura superiore, Paulo Dybala, che ritroverà da lì a breve non più come compagno, ma da avversario nelle stracittadine torinesi.
È un Palermo che, raggiunta la A, cresce e con lui Belotti, un nome che tende sempre più a tornare nelle pagelle che segnalano i più attivi in campo. Una brillantezza intercettata, fra i tanti radar in azione, da quello, attivissimo. del d.s. granata Gianluca Petrachi dal 2009 in stretto contatto operativo col presidente Urbano Cairo e, nell’estate del 2015, col trainer granata del momento, Giampiero Ventura.
All’addio di Rolando Bianchi, per tribolate stagioni trascinatore di un Toro più fra i cadetti che in A e ciò malgrado poco apprezzato da Ventura per i meccanismi di gioco che intendeva attuare, il ruolo di centrale d’attacco aveva trovato un più che scintillante interprete nel campano Ciro Immobile, capace di conquistare la speciale classifica dei cannonieri con 22 reti.
La sua repentina fuga dal granata per approdare ai lidi (rivelatisi poi per lui fallimentari) della Bundesliga, aveva creato un vuoto in parte colmato nella stagione seguente dal rientrante in granata Fabio Quagliarella. L’idea di affidare a Belotti l’incarico di portarsi sulle spalle l’attacco granata puntava sulla necessità di trovare una punta che desse continuità, sia in fatto di presenze che di realizzazioni e la scommessa viene vinta appieno.
Nella sua prima stagione, che è anche l’ultima di Ventura dirottato alla guida della Nazionale, Belotti va in gol in 12 occasioni che sa addirittura raddoppiare con l’aggiunta di altri due centri nel campionato 2016-17, quando sulla panchina si attesta Sinisa Mihajlovic, il cui calcio spregiudicato, teso a pungere più che a difendere, è atteggiamento decisamente favorevole per l’ormai consacrato numero 9 granata che fa suo un bello spicchio dei cuori granata.
Per quelli più appesantiti dal tempo, vederlo giocare non solo gratifica per i gol realizzati, ma è fare un salto indietro nel tempo. Dire che ne sia la sintesi è azzardato, ma Belotti sembra trattenere in sé le doti tipiche dei due gemelli-gol, del tempo dello scudetto: per come si muove, per alcuni atteggiamenti e non da ultimo, per la postura un po’ ingobbita, rammenta Francesco Graziani; per l’intuito, la potenza del tiro con i due piedi, il perentorio stacco di testa e il gusto per l’acrobaticità sa tanto di Paolo Pulici.
Insomma, un bel mix esplosivo che lo porta per ben sei campionati consecutivi a cogliere con regolarità un bottino di reti pari e superiore a 10 centri, secondo in questa speciale classifica granata proprio soltanto a Pulici, attestato a sette tornei consecutivi.
Quando, a seguito di una lunga serie di incomprensioni con la dirigenza, giunge l’ora di chiudere il suo bilancio con il Toro, i gol acciuffati sono 100 tondi tondi, capaci di proiettarlo fra i migliori granata di sempre.
Durante la militanza al Toro, Belotti non vince nulla, ma si conquista la bellezza di 44 presenze (12 gol) con la maglia della Nazionale, che lo collocano secondo dietro soltanto a Graziani in vetta con 47 gettoni.
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