Aldo Agroppi, “il Fenicottero”

"Agli altri lascio gli scudetti a pioggia, io mi tengo le mie sofferenze ma anche i nostri tesori eterni".

“Essere del Toro significa da sempre vincere poco e soffrire tanto; ma io credo che questo non sia un male ma un privilegio. Non baratterei Superga con nessuna vittoria, agli altri lascio gli scudetti a pioggia, io mi tengo le mie sofferenze ma anche i nostri tesori eterni».

A ben scrutarla, la carriera di Aldo Agroppi con la maglia del Torino è segnata in modo deciso e decisivo da momenti topici che la rendono davvero speciale, al di là e oltre i molti anni di militanza e i tanti gettoni di presenza accumulati.

Primo momento.

Viene aggregato all’organico del Torino per la stagione 1967-68, a 23 anni compiuti, per un mero caso o, meglio, per un gesto di volizione che commosse l’allora trainer granata Edmondo Fabbri. Nelle intenzioni della dirigenza Agroppi sta per prendere la strada di Modena, ancora per lui il sottobosco del calcio; ma il ragazzo non ci sta e gioca la carta dell’azzardo: signor Fabbri se non mi reputerà utile, tolgo il disturbo senza polemiche: “Ricordo ancora adesso come mi guardò, come fu umano, comprensivo con me. Fu gentile e onesto. Certo senza di lui non sarei mai tornato al Toro. E forse mi sarei perduto. Non solo mi prese, contro il parere della dirigenza, ma mi insegnò moltissime cose, innanzitutto una mentalità difensiva, l’arte di saper marcare, che ignoravo perché in origine ero stato mezzala. Lui mi ha creato questa mentalità, mi ha insegnato i primi trucchi del mestiere, mi ha fatto intendere quali rapporti si debbano tenere con la gente, a stare attento a quello che si dice. Senza Fabbri non so dove sarei finito, forse a lavorare con mia madre nel ristorante di Piombino, “Da Duilia”. Ma Fabbri mi ha capito. Sai, che cosa vuol dire per un giocatore per un uomo diciamo, venir capito? È tutto”.

Secondo momento.

Il motto secondo cui la fortuna dà una mano a chi osa trova immediato riscontro nell’audacia di Agroppi. Alla quarta di campionato, con il Toro che deve rinunciare a Fossati, Cereser e Ferrini, arriva il momento della verifica, del dentro o fuori. Aldo se la sbroglia a meraviglia, tanto che da quel momento non starà più in panchina. La partita ha il tono del trionfo, la Sampdoria, ospite di turno, è surclassata da una tripletta di Nestor Combin e da una rete del “saggio” Moschino. I motivi per far festa ci sono tutti. A spegnere ogni euforia ci pensa però  un fatto tragico: nella notte Gigi Meroni se ne va per sempre. La gioia del pomeriggio si spegne nella commozione e per Agroppi è l’ennesima dimostrazione di come per lui la strada sia quasi sempre in salita e che anche i momenti felici debbano avere un retrogusto amaro.

Terzo momento

Vivere a Torino gli insegna presto che cosa voglia dire coabitare calcisticamente con l’altra, potente, squadra della città. Due universi paralleli, ma lontanissimi, che Agroppi, sagace e acuto qual è, immediatamente distingue, votandosi a quello granata, non solo con la maglia sul campo, ma nella scelta dell’anima. E così, sin da subito, i colori bianconeri diventano per lui oggetto di argute osservazioni, battute, sfottò. Ancora una volta, la sua intuizione e il suo coraggio gli danno conforto. Il 18 febbraio 1968 il Torino ospita il derby. Non è più il Toro dalle corna spuntate di un tempo. Ha già messo in carniere il derby d’andata e ora vuole fare una doppietta che manca da 20 anni, dai tempi del Grande Torino. Non crede ai suoi occhi Agroppi, quando, dopo il suo colpo di testa, vede la palla infilarsi in rete, superando il portiere juventino Fioravanti. La punizione battuta da Poletti è stata un invito irresistibile, un guizzo per liberarsi dalla marcatura e poi il colpo vincente. Incredibile: il primo gol in Serie A a punire la Juve! Da favola.

Quarto momento

Una dopo l’altra, le stagioni in granata scorrono veloci. Puia, Cereser, Agroppi è la mediana di un Toro che fa bene, che agguanta due Coppe Italia e si prepara per recitare una parte ancora più importante. Il “fenicottero” Agroppi ha ormai affermato la sua classe, ai vecchi granata rievoca il passo del grande Castigliano, una falcata che sembra non gli consenta mai di arrivare in tempo sulla palla e che invece gli merita anche l’azzurro, nel quale però Aldo non si ritrova. Se la Nazionale cerca portaborracce se ne trovi un altro di mediano; se al contrario, cerca un costruttore di gioco, oltre che un intenditore caparbio, allora si può fare. Se la stilettata patita dalla Nazionale lo prostra, quella che gli infligge il suo Torino nell’estate del 1975 è di gran lunga più sanguinosa. Il nuovo allenatore, Gigi Radice, non lo “vede”, al suo posto ha in testa di inserire un giovanissimo, Patrizio Sala, e così lo giubila. Agroppi prende la strada di Perugia, all’atto del trasferimento al Torino ha dato metà della sua vita.

Quinto momento

Il 16 maggio 1976 il Torino è Campione d’Italia. Avrebbe potuto esserlo anche Agroppi, non fosse stato costretto ad andarsene la stagione prima. Caso vuole che la Juventus, ultima minaccia al titolo per i granata, sia di scena proprio a Perugia, nell’ultima decisiva giornata del torneo. Agroppi non è della partita e qualcuno, romanticamente, sa anche perché. Scrive il giornalista Nello Pacifico: «La curva Maratona, in quell’incendio di bandiere granata che è stato il 16 maggio 1976, non si accorge che in pista con Radice, Pulici, Graziani, Pianelli e gli altri c’è anche Aldo Agroppi». Ancora gioia e melanconia, nella disdetta di non esserci stato.

Per Agroppi, in maglia granata, le Coppe nazionali 1967-68 ,1970-71 e 6 gettoni in Nazionale.

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