Adolfo Baloncieri, “Balon”

"La critica contemporanea e successiva alle sue imprese calcistiche, non esita a definire Baloncieri il primo autentico e completo interno al quale si possa attribuire, per il gioco sciorinato in campo, il ruolo di 'regista'".

“Presero a chiamarmi ronzino bolso, non potevo sopportarlo. Che avreste fatto voi? Incontrai segretamente Marone Cinzano, il presidente del F.C. Torino, e ci accordammo. Avvenne allora che, ancora nel pieno della mia maturazione calcistica, lasciai l’Alessandria, squadra alla quale avevo regalato i miei anni giovanili”.

Così raccontava, ancora con un pizzico di amarezza il grande Adolfo Baloncieri, approdato in granata nell’estate del 1925 unitamente a Julio Libonatti, in arrivo dall’Argentina. Per un fatto assai curioso, che i fatalisti possono considerare un’anticipazione promettente, i due già si conoscono.

Emigrato giovanissimo con la famiglia a Rosario, Baloncieri combatte le sue prime battaglie calcistiche proprio con il club nel quale iniziava la sua carriera Libonatti, di qualche anno più giovane di lui. Così il loro ritrovarsi, dopo tanto tempo, uomini fatti e campioni assodati, sotto il vessillo granata, appare come qualcosa che ha dell’incredibile, salvo ammettere fosse proprio destino che i due grandi giocatori dovessero incominciare insieme e chiudere uniti la loro meravigliosa parabola sportiva.

Unanime, la critica contemporanea e successiva alle sue imprese calcistiche, non esita a definire Baloncieri il primo autentico e completo interno al quale si possa attribuire, per il gioco sciorinato in campo, il ruolo di “regista”. Un concetto ben sintetizzato dal giornalista Bruno Roghi quando annota: “E’ il tessitore della squadra. Virtù ed esperienza, ardimento e sagacia gli offrono armi impareggiabili”.

Gli fa eco il collega Luigi Cavallero: “Baloncieri ha chiaro il senso della manovra, la percezione del movimento, l’intuito della posizione, la rapidità del tiro. In lui si sintetizza un’arte calcistica latina, portando alla ribalta un virtuosismo nuovo che dà un ritmo vibrante alla più preziosa tecnica calcistica. Ma, soprattutto, è il senso della gara, cioè l’arte della manovra, che è quanto mai vigile nel suo gioco”.

Impressione confermata dalla penna di Alberto Fasano, che scrive: “L’intelligenza, ecco la virtù più eletta di Baloncieri; quell’intelligenza che trasporta il gioco dal piano dei riflessi muscolari al piano della logica artistica nella quale l’intuito e la riflessione, l’immaginazione e la furbizia, il calcolo e il colpo d’ala, la prudenza e l’audacia, lo slancio e la freddezza si compongono in mirabile sintesi, blocco raggiante di valore».

E, ancora: “Baloncieri è l’antesignano del ruolo di regista, è il cervello e il tessitore della linea d’attacco. Orchestra letteralmente la partita, la vede, la intende e la realizza come un tutto mobile e articolato. Indubbiamente, uno dei cervelli più fini che siano mai apparsi sui campi di gioco italiani”, nota a cui si aggiunge il pensiero di Giovanni Balma, raffinato, romantico, storico granata: “Si è grandi perché si è diversi, perché si porta nel gioco un respiro più ampio, un concetto originale. Baloncieri è stato l’uomo della disciplina tattica, un organizzatore, un ispiratore di gioco. Egli alimentava il gioco come l’idea alimenta il discorso, era un ideatore e un esecutore, la mente che dirige e lo sgobbone che eseguisce”.

Si potrebbe proseguire ancora, ma gli si farebbe un grave torto limitando – si fa per dire – la sua grandezza calcistica a questo aspetto, perché Baloncieri – per tutti gli addetti ai lavori e per i tifosi semplicemente “Balon” – è al contempo un grande realizzatore e non a caso sta ai piani alti della classifica granata di tutti i tempi in fatto di reti (94 in Campionato e 4 in Coppa Italia). Nell’arte del gol lo aiuta la sapienza con cui sa governare il corpo: scatta via palla al piede, dribbla in corsa, si piega mantenendo equilibri all’apparenza improbabili tanto da far venire a mente il volo sconcertante del pipistrello.

Quando sembra che arresti la sua corsa, ecco che la riprende, quando sembra incerto, eccolo uscire con l’invenzione vincente per sé o per il compagno. Il tiro a rete, poi, è il più delle volte improvviso, violento, secco e scoccato giusto nella breve frazione di tempo che anticipa l’intervento del portiere ed è qui che sta l’infallibilità della sua stoccata.

Tante le reti, ma la vocazione è quella del servizio e così Libonatti e Rossetti II vanno a nozze quando “Balon” li ispira. I gol fioccano (riesce a farne addirittura 7 nella partita in cui il Toro strapazza 14-0 una malcapitata Reggiana!) e i tre diventano irresistibili, il “Trio granata delle Meraviglie”.

È lui il condottiero del primo grande Torino, quello dei due scudetti (il primo revocato) e del terzo titolo perso solo allo spareggio con il forte Bologna. E’ lui, con il meraviglioso esempio, che ispira Carlo Rocca e Giuseppe Sella a battezzare in suo onore “Balon Boys” (i ragazzi di “Balon”), la già fiorente e formidabile scuola del Filadelfia per lo svezzamento delle giovani leve calcistiche.

Insomma, un campione dentro e fuori dal campo e nella hall of fame di un Torino giunto al 120° anno di vita, certo non stona collocare il nome di Adolfo Baloncieri ai primissimi posti.

Nel periodo in cui veste la casacca granata, oltre ai due tricolori conquistati (1926-27 e 1927-28), Baloncieri veste la maglia azzurra, anche da capitano, in 27 occasioni per 18 reti ed è bronzo all’Olimpiade di Amsterdam del 1928.

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