Aldo Ballarin, “la roccia”

“Aldo Ballarin si è fatto atleta meraviglioso. Mobilissimo, agile e scattante, sa entrare mirabilmente in anticipo in omaggio alle esigenze di un sistema che dapprima un poco lo ha frenato".

“Ballarin è una roccia”, così lo battezza Vincenzo Baggioli, cronista e storico del football, per poi continuare: “Saldo nelle gambe, se un avversario gli piomba addosso con un urtone è lui, l’avversario, a cadere, mentre Ballarin se ne sta ben dritto come se nulla fosse. A mio avviso è un eccezionale tempista, calcola i suoi interventi al millimetro e anche questo è causa di qualche tombolone dell’attaccante di turno che in certo qual modo deve pur giustificarsi davanti alla platea degli spettatori per essere stato giocato tanto di misura. Certo, il suo gioco pare non conoscere grandi finezze o carezze di velluto. È forte, vigoroso, a volte persino rude, raramente falloso. E quando al suo nome qualcuno applica l’etichetta di cattivo e gli se ne rammarica vivamente”.

Di rocce al Toro ce ne sono state non poche – come non ricordare uomini gagliardi come Enrico Bachmann o Giacinto Ellena prima di lui, o Gianfranco Ganzer, Angelo Cereser, Roberto Mozzini, Pasquale Bruno e Kamil Glik dopo – tuttavia nel pur vasto panorama granata Ballarin emerge fra tutti come insuperabile.

E dire che quando, nell’estate del 1945, approda al Torino e incomincia a giocare in granata dà un’impressione opposta: sembra incerto, insicuro, persino poco reattivo e per niente tosto, tanto da spingere chi lo osserva a interrogarsi sulla bontà o meno del neo acquisto del presidente Ferruccio Novo.

Ma la colpa non è sua e qui vale una breve spiegazione. Come impostazione di gioco, Ballarin viene dal metodo, il Torino sta applicando il sistema, il nuovo, moderno modo di schierarsi in campo. Ora deve prendersi in consegna le ali e non più controllare laterali o interni come quando giocava nella Triestina. La confusione, sua e anche in parte della squadra che sta assimilando il nuovo credo, lo mette in crisi al punto da chiedere di essere rispedito al mittente.

Sono sufficienti poche parole del tecnico Ferrero, del presidente e dei compagni ed ecco, una volta convito, mostrarsi il vero volto tecnico di Aldo Ballarin, un terzino di fascia destra che solo la casualità di qualche rimpallo favorevole consente all’avversario di evitarlo. Ecco allora come in breve tempo i giudizi sul suo conto virino su altre tonalità.

Come questo di Renzo De Vecchi, il grande terzino nazionale tanto bravo da passare nel folclore calcistico con l’appellativo di “figlio di dio”: “Aldo Ballarin si è fatto atleta meraviglioso. Mobilissimo, agile e scattante, sa entrare mirabilmente in anticipo in omaggio alle esigenze di un sistema che dapprima un poco lo ha frenato. E quelle volte in cui non gli riesce di giovarsi dell’anticipo, sa sfoggiare recuperi veloci che lasciano a bocca aperta. Esuberante e allo stesso tempo preciso, irruente e calcolatore, possente nella respinta con entrambi i piedi, abile nel gioco di testa”. Perbacco che pagella, stilata per di più da uno che di in materia difensiva non aveva nulla da imparare.

Dopo le prime esperienze maturate in Veneto, fra Chioggia, Adria, Rovigo e Venezia la dirigenza granata lo preleva dalla Triestina per una cifra (ma siamo ormai nel dopoguerra) superiore a quella che era servita nell’estate del 1942 (tre soli anni prima) ad acquistare la coppia dei “gemelli veneziani”, Mazzola e Loik! Sulle prime Aldo storce un po’ il naso.

Si è messo in mostra, molti si sono accorti del suo valore (compreso Vittorio Pozzo, il il d.t. della Nazionale) e, venuto a sapere del forte interesse del Bologna è in Emilia, più vicina a casa, che vorrebbe andare più che in Piemonte. Va da sé, però, che quando il presidente Novo, in un incontro segreto, gli prospetta l’idea di una compagine imbattibile, si rende conto che perdere il treno della gloria non sarebbe saggio né, tanto meno, utile alla sua carriera che vuole vincente.

Ai nastri di partenza del campionato 1945-46 il Torino, prima squadra a fregiarsi del tricolore puro, senza altri orpelli aggiuntivi, sciorina una difesa pressoché inedita, completamente rinnovata, solo il numero 4 continua a essere occupato da “Pino” Grezar.

A molti la mossa di un cambiamento tanto radicale pare un azzardo: si corre il rischio che prima di trovare il giusto assetto sia trascorso troppo tempo. Ma il parere degli osservatori non tiene conto di un fattore decisivo: si tratta sì di uomini nuovi per il Torino, ma anche di giocatori di livello superiore ai quali, infatti, non occorrono che poche gare per fondersi in un blocco difensivo compatto.

Un insieme in cui Ballarin spicca per autorità di gioco e per rendimento, è infatti raro che salti una partita. E la sua potenza si esalta ancor più all’occhio di chi osserva se contrapposta alla finezza del compagno di reparto che presidia la parte sinistra della difesa, Virgilio Maroso.

Se già l’intervento sull’uomo, l’attaccante che insidia, è esemplare, diventano ammirevoli in Ballarin i rimandi al volo a liberare l’area nei momenti di difficoltà. Per non dire, poi, delle acrobazie che ne fanno un Gabetto della difesa: come il centravanti pare a volte danzare in aria per agganciare un pallone da destinare nella porta avversaria, così lui, Ballarin, non esita a fare altrettanto, ma agendo in verso contrario, cioè a difesa della propria porta.

Per quanto bravo, considerandolo con gli occhi di oggi, Ballarin, al contrario di Maroso, non può essere considerato un terzino moderno, capace cioè di esprimersi anche nella versione propositiva oltre che difensiva. Raramente si spinge oltre la metà campo, malgrado questo freno sono comunque 4 i gol che riesce a centrare nelle sue stagioni col Grande Torino.

La continua crescita di personalità e valore tecnico gli garantisce la presenza fissa nell’undici titolare della Nazionale. Come fare a meno della “roccia” in maglia azzurra? Impossibile, e infatti Pozzo lo schiera con continuità. Sa di essere garantito, sa che Aldo, combattente nato, non deluderà e manterrà la consegna con tutto lo slancio.

Quella stessa foga che mette quando è necessario difendere un compagno preso di mira da qualche avversario poco corretto. Nell’impresa è ben coadiuvato da Rigamonti e Castigliano e anche in questa piena solidarietà sta uno dei segreti vincenti della squadra degli Invincibili.

Col Grande Torino, Ballarin conquista 4 scudetti (dal 1945 al 1949) e si merita a pieni voti 9 presenze in maglia azzurra.

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