Giuliano Terraneo, “il poeta”

"Al Toro la tradizione di portieri in gamba è solida, non deve deludere. E non lo farà, restando saldo per ben sette stagioni".

“Dai, ti porto al Torino. Ho bisogno di un bravo portiere che faccia da secondo a Castellini”, così, in sintesi, Gigi Radice a Giuliano Terraneo nell’estate del 1977. Qualunque altro portiere, promettente come lui e determinato a fare carriera, gli avrebbe risposto: “Ma stai scherzando? Mi inviti a lasciare Monza per non giocare mai”. Sono passate due stagioni dal trionfo scudetto e Castellini, poco più che trentenne, è ancora saldamente l’indiscusso signore dei pali granata, un vero azzardo immaginare di subentrargli.

Ma a Terraneo le provocazioni non dispiacciono, anche quando di mezzo ci sta una scelta decisiva per la strada da professionista che già ha imboccato e che intende proseguire al meglio. Con la squadra impegnata su tre fronti (Campionato, Coppa Nazionale e UEFA) arriverà pure qualche opportunità e così avviene, l’audacia è premiata.

Rotto il ghiaccio delle prime volte nelle coppe, il primo batticuore in campionato cade l’11 dicembre 1977 e, guarda caso, il battesimo ha quel sapore tutto speciale che si chiama derby. Solo pochi giorni prima Castellini, nel corso del match interno contro i corsi del Bastia, che vincendo hanno eliminato i granata dalla coppa europea, ha subito un infortunio grave che lo terrà lontano dal campo per non poco tempo. L’occasione è ghiotta. Resta inviolata (come accadrà anche nella gara di ritorno) la porta granata e Terraneo rivela una delle sue doti più spiccate: la serenità.

Su questo fronte è l’esatto opposto del collega “giaguaro”, che vive le partite in anticipo e che la vigilia stenta a prendere sonno. Flemma e riflessione indubbiamente giovano, anche se ai tifosi non è certo mai spiaciuto un portiere elettrico, avendo nel ricordo il grande Lido Vieri, in parte echeggiato per l’appunto dagli atteggiamenti di Castellini.

Che il momento sia favorevole a Terraneo è confermato da ciò che accade la domenica seguente, quando al Comunale il Toro ha da tenere a bada un Milan non certo irresistibile, ma pur sempre squadra di rango, con in testa alcuni alfieri come Aldo Maldera, Collovati, Bigon e Gianni Rivera.

Il match è tosto, ma un gol di Pulici farebbe intravedere due punti aggiunti alla classifica se non fosse che a un quarto d’ora dal termine ai rossoneri viene accreditato un calcio di rigore. Chi si presenta sul dischetto se non il “golden boy”? Singolarmente, Terraneo sta come replicando l’esperienza che Castellini, appena approdato in granata, aveva vissuto analoga, stagioni prima nella finale di Coppa Italia: opporsi a Rivera, intenzionato a farlo secco dagli undici metri. Lui ce l’aveva fatta, perché dovrei essergli da meno, si dice Terraneo e prende a saltellare sulla linea di porta. Che sia stato l’insolito balletto o che altro, fatto sta che il tiro che nasce dal “divin” piede è fiacco. Terraneo lo intuisce, si tuffa a sinistra e respinge: è fatta! Doppia la soddisfazione, dal momento che il rigore lo aveva proprio provocato lui, franando sul lanciato Bigon. Quale miglior viatico per conquistare fiducia e considerazione da tutti.

È forse in questa settimana di fuoco che Terraneo timbra in modo perentorio il suo appropriarsi della porta granata. Finisce, poi, che a fine stagione è stato lui a difenderla con maggiore continuità e quello che pareva un azzardo si era fatto realtà, ovvero spodestare il “giaguaro” dalla sua tana.

Senza tanti mezzi termini, quando Radice lascia intendere che Terraneo sarà il prossimo titolare, l’orgoglio di Castellini non regge e il trasferimento al Napoli non può che esserne la logica conseguenza. Lascia il Torino un portiere amatissimo, il solo, in tanti anni, con Bosia, Manlio Bacigalupo, Bodoira, Cavalli, Valerio Bacigalupo, Piani, Gandolfi, Vandone e Cazzaniga a essersi fregiato del titolo di campione d’Italia.

Terraneo sa che il posto che va ad occupare scotta, che il mirino della critica calcistica e della tifoseria è puntato su di lui: al Toro la tradizione di portieri in gamba è solida, non deve deludere. E non lo farà, restando saldo per ben sette stagioni, condite da belle imprese, ma anche da cocenti smacchi. Come nel caso dolentissimo della Coppa Italia.

I granata arrivano alla finale per tre anni consecutivi e per tre volte non sanno alzare la coppa al cielo, battuti in due occasioni dalla Roma e in una dall’Inter. A difesa dei pali granata c’è sempre lui; immaginarne la disdetta è davvero arduo.

Ma Terraneo possiede un farmaco per lenire la delusione e la noia: la scrittura. Si mette a nudo con la poesia e non teme di affrontare il sociale non restando  insensibile all’impatto politico. Sa trasmettere questa sua passione ai compagni di spogliatoio e con loro, da caporedattore, fonda la rivistina Noi Granata, un simpatico tentativo (durato soltanto una stagione) di far uscire il calcio dalla prigione degli stereotipi, dimostrando che chi lo pratica non se ne sta chiuso in una gabbia dorata, ma partecipa e vive le cose del mondo.

La pagina scritta impone riflessione ed è con questo atteggiamento che Terraneo scende in campo, facendosi interprete di uno dei tanti modo in cui un portiere manifesta la propria natura: ci sono gli elettrici, gli smaniosi, gli eterni incerti, i kamikaze, gli attori, gli sbruffoni, i matti e poi i riflessivi come lui.

Con questo, però, non è detto che dentro non gli si agiti l’emozione più viva. Non si aspetti, chi guarda, la piroetta, il tuffo teatrale, Terraneo non lo concede non per pigrizia, ma per natura: è contro la sua idea di essere portiere: serve il giusto, l’essenziale, il geometrico, il lineare, e tanto basti.

Mentre veste la maglia del Torino, Giuliano Terraneo non conquista alcun trofeo, ma lo consola il fatto di stare nella hit parade dei grandi portieri granata della storia.

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