Quattro in un colpo!
Il 9 novembre del 1924 un terzo dell’undici granata che scende in campo a Brescia per la sesta di Campionato nel Girone A della Lega Nord fa capo a un solo cognome: Martin. Ai già collaudati Piero (I), Cesare (II) e Dario (III) si aggiunge il più giovane della compagnia, Edmondo (IV), per quella che sarà la sua unica presenza in prima squadra. Non un’eccezione, in questi anni di calcio pionieristico, le dinastie calcistiche, ma forse un record questa prestazione che, a valutarla oggi, ha dell’incredibile.
Dei quattro moschettieri, è Cesare, il secondo, il motore trainante. È lui che sprona i fratelli, è lui a far scoccare la scintilla per la nascita dell’Audax, la squadretta del pinerolese, dove i ragazzi vivono, fulgida di casacche granata. Come a dire, un preannuncio di ciò che sarebbe stato.
Trascorre, infatti, poco tempo e il senso profetico del colore prescelto si fa concreto. Un bel giorno in casa Martin si presenta un emissario del Torino. Qualcuno ha visto Cesare in campo sbrogliarsela più che bene e la dirigenza lo vorrebbe nei ranghi giovanili. Malgrado la resistenza paterna – che viene meno solo a patto che il football non comprometta il prosieguo positivo degli studi – il provino si fa e con esito più che lusinghiero.
Poco importa se Cesare ha dovuto metterci qualche “liretta” per “affittare” dalla foresteria granata il corredo necessario, quel che conta è aver superato il test nel ruolo di difensore. La soddisfazione è tale che nell’euforia del momento il ragazzo si fa ardito, gioca d’anticipo e, prima di firmare il cartellino che lo legherà per tutta la carriera al Torino, ottiene che, oltre al suo, si registri anche l’arruolamento di Piero, il fratello più grande.
Ritrovarsi fra i campioni granata che soltanto qualche giorno prima fantasticava come idoli – da Enrico Bachmann a Carlo Capra, ai fratelli Mosso – lo esalta e Cesare scala con una rapidità impressionante le gerarchie interne. Come accadrà ad Antonio Janni nella successiva stagione, gli bastano poche esibizioni nelle riserve per approdare in prima squadra. La condizione fisica non ottimale del titolare Pio Boggio gli apre le porte dell’esordio – che avviene il 28 dicembre del 1919 ad Alessandria – e delle prime, convincenti, presenze.
Dal campionato successivo è lui il titolare della virtuale maglia numero tre (i numeri non compaiono ancora sulla schiena dei giocatori). Intanto, oltre a Piero è venuto a stargli accanto in squadra anche Dario, che si rivelerà un atleta dalla tempra eccezionale, in grado di giocare in modo proficuo in ogni ruolo, tanto da arrivare a meritarsi due presenze con la maglia della Nazionale, in ciò facendo meglio di Cesare, in azzurro in una sola occasione, e per un breve spezzone di gara, il 27 maggio 1923 nell’amichevole con la Cecoslovacchia.
Impossibile scalzare mostri di talento come De Vecchi, Rosetta, Caligaris… Cesare si accontenta della convocazione e ci ride sopra quando qualcuno lo battezza “capitano delle riserve nazionali”: tante volte convocato e mai in campo! Ma la sua autentica “vita” calcistica è in granata, di cui si fa bandiera, al punto da restare ancora oggi uno dei “grandi” della storia del Toro. Dovrà arrivare Giorgio Ferrini, qualcosa come mezzo secolo dopo, per sottrargli il primato assoluto delle presenze.
Nella metà degli anni Venti è uno degli indiscussi protagonisti dei magici due scudetti. Raro che salti una partita. Gioca sempre e con alto profitto. Suoi i virtuali gradi di capitano, a turno con Bachmann e poi Baloncieri. Pur avendo a che fare con le robuste questioni imposte a chi deve difendere, mai un fallaccio, mai uno sgarbo all’avversario, da vero gentleman del football.
È proprio grazie a questa mentalità del tutto dilettantistica che Cesare si pone come un caso pressoché unico di attaccamento alla maglia e di passione sincera per il gioco, quando già molti sono proiettati in una dimensione professionistica, per i tempi calcistici che cambiano.
Scende in campo con il sorriso che sa mantenere anche nelle contese più brusche e nei contrasti più accessi. Nel gioco, fa dell’anticipo una delle sue armi. In merito, l’amico Luigi Pöet, con lui per qualche gara in granata, amava ricordare: “Non esito ad affermare che Cesare è, con Rosetta, il più classico terzino italiano.
Eccelle per la classe, l’intelligenza accompagnata dall’astuzia nel gioco. Possiede uno scatto bruciante, tocca la palla con precisione e nettezza, per passaggi ai compagni”. In più, è il rimando potente a metterlo in luce. Quando c’è da spazzare l’area non sta ad esitare, sbrogliando spesso situazioni confuse. Al tempo le mischie erano consuete e disporre di un difensore che le sa risolvere per una squadra è un balsamo salutare.
In tante stagioni (dal 1919 al 1936) Cesare vede sfilargli accanto in granata una nutrita teoria di compagni, per tutti ha un consiglio, si fa esempio, anche etico, da imitare. Mai avrebbe lasciato il Torino, come ricordava la moglie, signora Livia: “Cesare era molto richiesto. Avrebbe potuto cambiare maglia in più occasioni, a seguito di offerte anche cospicue, ma non lo volle mai fare. Diceva che per niente al mondo avrebbe barattato la sua casacca granata”.
Grande!
Durante i suoi anni nel Toro, Cesare Martin si merita una presenza in azzurro, si fregia di due scudetti (uno revocato) e fa in tempo, con una presenza (Torino-Reggiana del 26 dicembre 1935), a mettere la sua firma anche sulla conquista della prima Coppa Italia granata.
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