Leovigildo Lins Gama, detto “Junior”

"Inutile dire quanto i tifosi lo amino e non solo per il gioco. Sta simpatico, è allegro e dà segno di voler bene alla città e alla squadra (apprende persino qualche fraseggio in lingua piemontese!)".

“Ingaggio a parte, vengo volentieri in Italia e al Torino, di cui mi è stata raccontata la tragica storia di Superga, ma solo a condizione di non occupare il ruolo di terzino che non mi appartiene, anche se con la maglia della Nazionale brasiliana l’ho in più occasioni sostenuto”.

I maliziosi ritennero che a far passare a Junior la voglia di occupare quella postazione in campo sarebbe stato l’azzurro Paolo Rossi che nell’epica semifinale del 5 luglio ’82 ai Mondiali di Spagna, tenuto in gioco proprio da lui, aveva recapitato alle spalle del portiere Valdir Peres il terzo e decisivo gol a suggello dell’esaltante vittoria che ancor tutti ricordano.

Junior è il colpo di mercato, il regalo alla tifoseria, che il presidente Sergio Rossi piazza nell’estate del 1984; ma non è l’unica sorpresa, perché a sedersi nuovamente sulla panchina granata viene convocato Gigi Radice, che a distanza di quasi cinque anni accetta col solito entusiasmo la chiamata. Due sfide importanti per il Toro, che in prima battuta non convincono tutti: a Junior si attribuisce una carriera già sul filo di lana, mentre si vede in Radice la classica minestra riscaldata più foriera di delusioni che di entusiasmi. Ma è un sentimento errato. Sul momento, i due si trovano e si stimano a tutto vantaggio della squadra.

Nel rispetto della sua richiesta, Junior trova collocazione a centrocampo. Un fior di centrocampo, bisogna dire, che vede accanto a lui campioni come Beppe Dossena, Renato Zaccarelli e ragazzi ambiziosi come Claudio Sclosa e Danilo Pileggi.

In questo parco di mediatori e costruttori di azioni Junior va a occupare il posto, al tempo stesso inedito quanto antico, di centr’half. Alla vecchia maniera gioca da regista puro – un poco meno da interditore – davanti alla difesa e dietro alle punte. Una posizione ideale per la sua intelligenza tattica e per il suo piede morbidissimo. Anche se gli anni contano, a uno come lui, che ha dato del tu a gente come Zico e Pelè, non possono mancare le risorse della classe.

Il passo, infatti, continua a mantenersi docile, felpato, se non rapido, comunque sempre proficuo, mentre l’assoluta padronanza tecnica gli consente di ottenere dal tocco quello che vuole. Gioca a testa alta, è in grado di vedere, viene da dire “sentire”, il dipanarsi del gioco quell’attimo prima che l’opportunità si presenti e sa coglierla al volo.

Ciò che stupisce in lui è il pragmatismo. Diversamente dalla leziosità di non pochi suoi connazionali, Junior non conserva orpelli nel bagaglio tecnico. Solo concretezza, energia e razionalità, tanto da meritarsi l’appellativo de “il più europeo dei brasiliani”. Vero è che la velocità non lo bacia, tuttavia vedendolo giocare sembra non debba per forza costituire un attributo necessario del suo stare in campo.

Il suo vero segreto si cela nel senso della posizione che gli è connaturato, istintivo e che sta nel compiere quel mezzo passo in più, magari trotterellando o fintando una mossa del corpo, per stabilire quel che basta per arrivare all’appuntamento col pallone, che in certe occasioni sembra per davvero essere come calamitato dalla sua presenza.

È bello vederlo, nelle giornate di vena, e più che calcistico il piacere è estetico. Con i compagni del quadrilatero centrale si trova a perfezione, con Dossena e Zaccarelli in particolare intreccia trame robuste di sostegno alla squadra. Lo fa anche piazzando reti preziose (dieci nella prima stagione, fra campionato e coppa nazionale).

Quelle che suscitano maggiore quantità di applausi sono ottenute su calci di punizione diretti che Junior esegue con maestria. Piccoli capolavori balistici che lasciano di sasso i portieri. Classiche, impegnative, traiettorie a “girare”, che, per l’appunto, accerchiano e superano barriere e difensori.

È con questo formidabile biglietto da visita, su questo registro di capacità, concretizzato in campo, che Junior non esita a portarsi in spalla, in perfetta armonia con i compagni, un bellissimo Toro che agguanta un secondo posto brillante, ma, proprio per questo, in grado di lasciarsi dietro molti rimpianti, come ben ricordato da Dossena, quando affermava: “Se solo avessimo avuto una maggiore convinzione dei nostri mezzi, credo che l’Hellas Verona, che poi ebbe a vincere, avrebbe trovato difficoltà ancora maggiori a relegarci in seconda piazza”.

Inutile dire quanto i tifosi lo amino e non solo per il gioco. Sta simpatico, è allegro e dà segno di voler bene alla città e alla squadra (apprende persino qualche fraseggio in lingua piemontese!). Fosse dipeso da lui al Toro si sarebbe fermato anche per insaporire la scuola calcio dei giovani col suo talento. Ma accade qualcosa: nell’ultimo, terzo, torneo di Junior in granata, Radice lo esclude progressivamente dal l’anima della squadra, lo dice stanco, non più impegnato come prima, non lo ritiene più indispensabile all’economia del gioco.

Dapprima Junior incassa, poi esplode, lo sostiene un coraggioso Dossena, che contesta vivacemente certe decisioni del tecnico. Ne nascono polemiche astiose e così a fine torneo la dirigenza, in modo del tutto assurdo, invece di giubilare il tecnico, disperde un tesoro e allontana due pedine fondamentali della squadra! Ma così va il calcio.

Che Junior sia rimasto nel cuore dei tifosi, ma, su tutto, nella grande storia del Toro, è cosa che troverà riscontro in un fatto semplice ma emblematico: il 3 dicembre del 2006, nel giorno della grande festa per la celebrazione dei 100 anni del Club granata, al simbolico taglio dell’immensa torta che giganteggiava sul prato del Comunale, a rappresentare la grande famiglia dei giocatori del Toro di tutti i tempi, sono due soli campionissimi: Paolino Pulici e, guarda un po’, Leo Junior.

In granata, Junior tornerà, in forma di temporaneo prestito simbolico, in occasione di due incontri vincenti (fra cui la finale col Pisa), in ambito della Mitropa Cup 1991, aggiudicata ai granata di Emiliano Mondonico.

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