Un cristallo, ecco, in sintesi, Renato Zaccarelli.
Raffinato come lo sono quelli preziosi di Boemia (la classe pura); lavorato in mille sfaccettature (l’eclettismo), scaturito da una tradizione gloriosa e antica (il vivaio granata), magico, in quanto capace, se investito da un raggio di luce, di scomporlo nello spettacolo dell’iride, mostrando l’intero spettro dei colori (le qualità tecniche).
Bello e appagante vederlo in campo, quasi imperioso, la testa sempre alta, curiosa, come un cavallo di razza che fiuta la fragranza dell’aria per poi lanciarsi al galoppo. Altrettanto efficace l’impressione se chiamato al governo della palla. Il tocco modulato, ora forte ora morbido; il lancio lungo e sicuro, traiettorie radenti o arcuate, per andare a cogliere il compagno; l’impostazione intelligente, produttiva, di rado banale.
Un insieme di caratteristiche, di dettagli, che ne fanno uno dei grandi riferimenti stilistici della pur lunga storia granata. Salgono nomi importanti: da Janni a Baloncieri, da Maroso, Ossola e Mazzola, da Lido Vieri a Claudio Sala, Dossena e Junior, Cravero e Lentini, vale dire la galleria dei “grandi”, quelli baciati, da parte di madre natura, dal generoso dono dell’ispirazione calcistica e della classe.
In Zaccarelli già il cognome appare singolare e come tale difficile da non tenere a mente. Lo aiuta, poi, le Marche, la regione in cui è nato, terra che da sempre molto ha dato alla causa granata. Da ultimo, agli occhi del tifoso e del critico, lo scolpisce una carriera che liquidare come brillante appare riduttivo e che lo offre alla valutazione di chi sa di calcio come l’interprete coraggioso di un football d’altri tempi, un giocatore moderno e antico al tempo stesso.
Alla stregua dei pionieri che non esitavano, né temevano, a schierarsi in ogni ruolo, di occupare quale che fosse la zona di terreno
dettata sul momento dalle necessità di squadra, così Zaccarelli. Nessuna titubanza nel mettersi in gioco, rivedere tempi, modi, posizioni delle sue interpretazioni, del suo modo di stare in campo. La sola, non trascurabile differenza, nel paragone, sta nel fatto che in tempi “preistorici” ruoli e funzioni non erano rigidi, né tassativi come quelli del calcio, moderno, del suo tempo come quello d’oggi, che invocano addirittura una specializzazione.
Ha forse saltato soltanto la maglia del portiere, Zaccarelli, tutte le altre le ha vestite almeno in qualche occasione e sempre a pieni voti.
La scuola del Toro lo fa suo sin da ragazzino e dopo le rapide esperienze di Catania, Novara e Verona, è Edmondo Fabbri nella stagione del rientro di Zac in granata (1974-75), ad affidargli il ruolo di interno sinistro. I fermenti della grande squadra che sboccerà nel campionato successivo già ci sono quasi tutti, mancano soltanto più i corposi ritocchi di Eraldo Pecci, Patrizio Sala e Nello Santin.
Il quadrilatero di centrocampo che Gigi Radice imposterà è anomalo, più fluido, ma altrettanto efficace di quello che aveva fatto insuperabile il Grande Torino. Pecci, Pat Sala e Zac sono integrati ora da capitan Claudio, ora da Salvadori, intelligente e duttile. A Zaccarelli toccano impostazione e regia, ma gli si chiedono anche dei gol, compito a cui non si sottrae, per quanto sfondare non appartenga alla sua vocazione.
Quando rammenta i giorni del titolo, non esita a dire: “Ci trovavamo a occhi chiusi, in un complesso organico in cui eravamo tutti tesi verso un solo obiettivo: vincere. In questi anni Giovanni Arpino, per raccontare il nostro calcio, coniò “tremendismo granata”, che aveva in Pulici e Graziani i nostri alfieri. In certe occasioni bastavano tre o quattro passaggi per andare a rete. Il gioco fluiva liscio e veloce e a tratti diventava implacabile quando si ingranava la marcia superiore.
Ci volle soltanto una Juventus superlativa, non tanto sul piano del gioco ma della continuità per sottrarci il bis. Un vero peccato, perché credo si sarebbe spalancato l’accesso a un grande ciclo vincente. Ciò malgrado, quanta meravigliosa emozione fregiarsi del tricolore!”.
Dei granata tricolore Zac è l’ultimo a lasciare la maglia, è lui ad ammainare la bandiera dei ragazzi del ’76, Campioni d’Italia a 27 anni da Superga. Quando chiude nella stagione 1986-87 ha messo insieme un bottino di presenze che gli garantiscono il terzo gradino del podio fra i granata più presenti di sempre, dietro soltanto a Giorgio Ferrini e Paolo Pulici.
Una bella galoppata la sua, stimato dai tanti tecnici (Fabbri, Radice, Rabitti, Giacomini, Bersellini) che l’hanno avuto in squadra e, soprattutto, dalla tifoseria che ne ha sempre apprezzato l’attaccamento ai colori e la schietta signorilità. Non a caso, ancora oggi non sono pochi che nella sua figura, emblematica di un certo Torino elegante e battagliero, si riconoscono.
Durante la militanza in granata, oltre al titolo di campione d’Italia, sono 2, arricchite da 2 reti (storica quella alla Francia ai Mondiali del ’78), le maglie azzurre di Zaccarelli, fortemente limitate da una spietata concorrenza nei nomi di Marco Tardelli e Giancarlo Antognoni.
Per votarlo nel sondaggio, scegli tra i giocatori contrassegnati con il numero 4 (Libero).



