Oggi viene da immaginarlo a cavallo di una Harley Davidson, lanciato in qualche folle corsa. All’epoca era su una ben più modesta, ma non meno prestigiosa moto Guzzi, che il centromediano del Grande Torino faceva inquietare il presidente Ferruccio Novo. A poco servivano le raccomandazioni: una caduta avrebbe potuto compromettere la carriera anche in modo serio, oltre a causare un danno “patrimoniale” al club granata.
Rigamonti prometteva, ma mantenere era per lui davvero difficile e così, ogni tanto ci scappava la fuga. Per farla breve, il maggior numero di bugie l’affascinante “Riga” ebbe a spenderle più con il suo presidente che non con le tante fan che gli stavano dietro.
Con Valerio Bacigalupo e Danilo Martelli, componeva un trio inarrestabile non solo sul campo, ma nella vita. Un terzetto di giovani buontemponi che si accontentavano di poco, pur che ci fosse da scherzare e ridere. Se, dei tre, Martelli era il più dotto e riflessivo, Bacigalupo il più spensierato ed elettrico, Rigamonti era certamente il più impulsivo, quello a cui bastava poco per reagire, entrare in azione. Proprio come accadeva in campo.
Con l’adozione del “sistema” – ovvero il nuovo modo di interpretare il calcio, di cui i granata si fecero portavoce – la difesa del Grande Torino si muoveva secondo uno schema a tre, i due terzini larghi sulle ali e un centrale, in mezzo a loro. Questo era il ruolo occupato da Rigamonti, che può considerarsi a buon titolo il primo autentico stopper moderno del nostro calcio.
A lui l’organizzazione di squadra riservava i pezzi da novanta degli attacchi avversari, vale a dire i centravanti, i cannonieri più potenti e pericolosi. Con “Riga” alle costole era praticamente impossibile farla franca. Le uniche opportunità di spuntarla stavano non tanto nella loro abilità di sfondatori, quanto in un momento di sua distrazione, cosa che in realtà accadeva assai di rado.
Nel montare la guardia ai cecchini rivali, il centrale granata, si avvaleva di un fisico dalla straordinaria potenza, dettaglio avallato da quanto annotato da un cronista dell’epoca: “Non Rigamonti, ma Rodomonte, l’eroe dell’Ariosto, avrebbe dovuto chiamarsi il giocatore granata”.
E in effetti, una volta sul prato, Mario si sentiva per davvero un guerriero, meglio ancora: un gladiatore. Le armi per il contrasto le possedeva tutte: la forza, l’impeto, l’intuito, l’anticipo, il senso e il tempo dell’acrobazia, il rimando potente.
Ci sono immagini in cui, opponendosi a un attaccante, riesce ad assumere delle posizioni impossibili: la gamba altissima ad arpionare, la spaccata improvvisa a deviare, la torsione del busto a colpire di testa in somma elevazione. Come a dire, nella concretezza dei fatti: da qui non si passa.
Doti che gli rendevano soporifere le partite in cui non c’era da battagliare. In quei casi capitava che fosse lui a dare la sveglia, magari con qualche provocazione, qualche calcetto in sordina al diretto avversario troppo intorpidito. Ecco che allora, gli tornava il gusto della contesa, avvertiva in pieno la soddisfazione di mettersi alla prova, confrontarsi, battersi cavallerescamente per la conquista della palla.
Se la Juventus non avesse contato fra le sue fila Carlo Parola, centromediano pure lui, Rigamonti avrebbe vestito con maggiore frequenza la maglia della Nazionale. La prima gli cade in una giornata particolarissima, dove si trova a giocare con altri nove compagni, avendo gli azzurri-granata “ospite” fra loro il solo portiere juventino, Sentimenti IV.
Nel maggio del 1947 si gioca a Torino, contro l’Ungheria, si vince 3-2 e Rigamonti, da esordiente, fa la sua bella figura. Grande la gioia da condividere con i sodali del “trio”. Subito dopo, a novembre, l’azzurro toccherà a Bacigalupo, mentre anche Martelli sta in rampa di lancio.
Che volere di più. “Riga” un desiderio ce l’ha: i Campionati del Mondo che si terranno in Brasile nel 1950 e già si immagina in lotta con qualche campionissimo carioca. Resterà un sogno, svanito a Superga il 4 maggio 1949.
In maglia granata, per Mario Rigamonti sono 4 i titoli di Campione d’Italia e 3 i gettoni con la maglia della Nazionale.
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