Anche il brivido di un autogol: Torino-Cesena 1-1

"Alla storia ci passa eccome questo nuovo Torino grande!".

Nel catino ribollente del Comunale, più di un tifoso ha toccato ferro quando, a squadre allineate, prima dell’inizio di Torino-Cesena, ultimo, decisivo match del Campionato 1975-76, una nuvola di palloncini granata si era sollevata innalzando in cielo un gigantesco scudetto tricolore. Bene programmare i festeggiamenti, ma la partita per il titolo doveva ancora essere giocata e la si doveva vincere.

Non che non se l’aspettino, i giocatori granata, ma una volta schierati in campo si affacciano su un panorama che, per quanto prevedibile, li lascia senza fiato per l’emozione. Una congerie, una ridondanza di suoni e slanci di cori, che pare incontenibile, una folla immensa e trepidante, una festa di colori, bandiere sventolanti, sciarpe aperte a braccia larghe, piogge di coriandoli per un gran carnevale, preludio di una festa attesa da 27 anni. Uno spettacolo.

Il Toro è approdato a questo ultimo impegno col fiato corto, dopo una sfida all’arma bianca, fatta di fughe e riprese, scatti e sorpassi, con la sempre accanita rivale cittadina a cui intende sottrarre il titolo.

La squadra, messa in ordine dal trainer Gigi Radice, ha dato mostra di gioco spigliato e convinto, oltre che convincente; di sagacia tattica e di intese capaci in pochi tratti di portare al gol. Ora non resta che tirare le fila di tanto impegno e vincere.

Ma che Toro sarebbe se andasse tutto per il meglio, se non accadesse qualcosa che obblighi a trattenere il fiato, a imprecare e al tempo stesso pregare.

“Tua”, “Mia”, di chi?, infine, si chiedono i tifosi, quando Castellini e Mozzini, come mossi dalla severa legge karmica che regola da sempre in sofferenza le cose granata, si confondono fra loro e con la più incredibile e inattesa delle autoreti rendono sul momento vana la prodezza di Paolino Pulici, ottenuta poco prima.

Per molti, vedere quel glaciale pallone andare a infilarsi in porta oltre le spalle del “giaguaro” è una trafittura, una stilettata al cuore, è l’immancabile colpo basso, che il destino non ha mai risparmiato al Torino, che torna a fare capolino.

E pensare che quando, all’ora di gioco, “Pupi” era volato, radente il suolo, a incornare di testa un invito del “gemello” Graziani, erano state le porte del paradiso a spalancarsi sui sorrisi, increduli e commossi, dei tifosi. Solo la vittoria garantiva il certo successo e alla fine il gol era arrivato.

Fino a quel momento però si era visto un Toro se non brutto certamente confusionario, balbettante, pieno di remore. Si sa, non è facile giocare con la testa ingolfata da attese, proprie e altrui.

È sempre arduo, una volta arrivati sul filo, completare l’opera, tagliare vincenti il traguardo, anche se in precedenza non si è mai stati toccati dall’esitazione e la corsa è filata via liscia. Il fardello pesa e grava su un gioco che è lontano parente di quello scintillante sciorinato lungo l’intero campionato.

La tensione è troppa, imbriglia idee e scioltezza di gambe, annacqua il coraggio sempre mostrato in tanti mesi di lotta incessante. Poi era arrivato il magnifico punto di Pulici e qualcosa di meglio si era visto, prima  che il pareggio del Cesena riportasse di nuovo il gioco granata nell’imbarazzo.

Ma ecco che, a un tratto, rimbalza e dilaga la voce che la Juventus a Perugia è sotto per un gol di Curi. È fatta, ormai, e anche lo spettro dello spareggio, non da pochi ventilato, svanisce al sole di un tiepido maggio torinese. Quando l’arbitro Paolo Casarin fischia la fine, sembra che improvvisamente il tempo si sia come congelato.

Il solo movimento percepito in campo è quello delle sagome dei giocatori cesenati che si affrettano a guadagnare lo spogliatoio, tutto il resto è immoto, silente, come se per un attimo una bolla di irrealtà investa uomini e cose: il Torino è Campione d’Italia; onore e gloria al Torino e alla sua gente che ha atteso a lungo e fortemente voluto questo successo.

Scende dal cielo il tricolore, scendono le lacrime sul volto di Zaccarelli, confuso, e di Castellini che singhiozza: “Sono sfinito, è come se avessi giocato in questa sola partita, tutte le precedenti 29 del torneo!”.

Vittorio Caporale, il carneade del gruppo, si toglie un sassolino e dice:”Lo scudetto è la risposta a chi non credeva in me. Con questo non voglio dire che sono un fenomeno, semplicemente che al Torino hanno avuto fiducia in me. Ecco tutto”. “Ho vissuto momenti di autentico terrore, nel pensare che l’errore dell’autogol potesse costare il titolo”, confessa Mozzini, mentre Pecci non si fa mancare la battuta: “A un certo punto, lo sapevano tutti che la Juve beccava a Perugia, io l’ho saputo solo alla fine, evidentemente sono tardo nel capire le cose, ma una cosa so di certo, che questa squadra è destinata a durare”.

Gli fa eco Pulici: “Credo che con oggi il Torino possa aprire un ciclo e che sarà in grado di battersi ad alto livello per qualche stagione” e intanto si gode il rinnovato trionfo con 21 reti nella speciale classifica dei bomber.

Mentre il presidente Pianelli sbuffa e suda felice, avvolto in un caldo gessato in lana porta fortuna, per un giro di campo a tutto cuore e promette altri successi, il solo a restare come incupito in tanta gioia appare Radice: c’è qualcosa che non gli va giù: “Che rabbia, un vero peccato non vincere anche questa gara interna. Le avremmo vinte tutte, superando così anche il Grande Torino passando alla storia”.

Alla storia ci passa eccome questo nuovo Torino grande!