Per “Gigi” Radice il calcio non era soltanto uno sport, ma una disciplina da studiare con attenzione, perché, come ogni materia di studio, aveva sempre qualcosa di nuovo da rivelare. Era convinto che il calcio fosse qualcosa di mutevole, come la società in cui viviamo.
Pur senza criticarla, sin dalle sue prime battute da allenatore in quel di Monza, non condivideva l’immobilismo e i luoghi comuni della pigra scuola calcistica nostrana per la quale al buon calcio non occorrevano tanto alchimie tattiche quanto piuttosto bravi giocatori che lo sapessero interpretare. Su questo era perentorio: “Accetto l’esperienza degli allenatori più anziani, purché non pretendano di imporla come se fosse legge”.
Non aprirsi al rinnovamento, non rimettere in gioco le proprie idee, non confrontarsi erano difetti non pregi del nostro calcio, in molte realtà ancora incatenato in schemi stantii. La felice, seppure breve, esperienza da calciatore, arrestata sul più bello dall’impossibilità di continuare, gli lascia dentro un profondo senso di rivalsa, il desiderio di ottenere dal mondo del calcio il resto di quello che una carriera meno sfortunata e più longeva gli avrebbe consentito di ottenere.
Il passo ad affrontare le emozioni e i pericoli della panchina è immediato e ne deriva come conseguenza. Vero è che un coach si raffina col tempo e con le diverse esperienze cui va incontro, ma Radice, affrontando la nuova avventura, si avvia con un bagaglio di convinzioni preciso, che lo guiderà per tutto l’arco della carriera, di cui non fa mistero: “Credo, se posso dirlo, che le doti di un mister ideale siano, su tutte: essere sempre coerente con se stesso, non cercare di imitare qualcuno, cercare di capire il calcio e i giocatori con una buona dose di psicologia anche spicciola”.
Un fermento, un desiderio di rinnovamento che trova la possibilità di concretizzarsi appieno con l’occasione che gli viene offerta dal presidente del Torino, Orfeo Pianelli. La squadra che Edmondo Fabbri gli lascia in eredità possiede già un tasso tecnico di ottima levatura e conta la gran parte degli elementi che si laureeranno campioni d’Italia, ma quel che manca sono uno schema – verrebbe meglio dire, un “senso tattico” – e la convinzione, condizione mentale necessaria per rendere il primo non solo attuabile, ma produttivo. Quando Pianelli si fa riprendere allo stadio con a fianco il futuro trainer, la tifoseria si chiede chi sia.
Radice non è un carneade qualunque – solo un paio di stagioni prima ha portato per la prima volta il Cesena nella massima serie – ma è anche vero che fino a quell’estate del 1975, con Fiorentina e Cagliari, ha “masticato” poca Serie A. Ma quel che la gente granata non conosce è quanta sia la sua voglia di emergere, saldo di una concezione, se non inedita, stimolante: il calcio totale.
Lo ha visto attuare in giro per l’Europa, in Olanda in particolare, e ne è rimasto affascinato. Per innervarlo nei suoi ragazzi ci vuole coraggio, non avere paura di rischiare e imporre sacrifici, come la giubilazione di uomini-Toro come Angelo Cereser e Aldo Agroppi, valutati non idonei all’impresa; uscite compensate dall’innesto di elementi giovani e ambiziosi come Eraldo Pecci e Patrizio Sala.
La lezione di Radice non ha tentennamenti: “Sono per il calcio senza palla; si deve giocare soprattutto quando la palla è nei piedi di un compagno; dobbiamo essere preparati per interpretare un calcio atletico, di continuo movimento. I difensori debbono saper difendere come offendere; oggi abbiamo soltanto “sentinelle” capaci di ringhiare sull’uomo” (parole che rievocano, in chi anziano di calcio granata, quelle di un altro grande stratega, Egri Erbstein, uno dei plasmatori del Grande Torino).
Un credo ad alto dispendio energetico, ma che tutti abbracciano con convinzione e il Torino, a 27 anni da Superga torna al tricolore. L’undici del trionfo si rivela una miscela perfetta di agilità, potenza e altruismo, il tutto innestato in un meccanismo tattico di attacco e difesa ben oliato. Quando il 16 maggio 1976 i giocatori celebrano la vittoria, una partita in più l’avrebbero giocata a stento: sono tutti sfiniti, hanno dato tutto: Radice ama poco avvalersi dei cambi e a giocare sono sempre stati i soliti undici: Castellini, Santin, Salvadori; Patrizio Sala, Mozzini, Caporale; Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici.
Finalmente i tifosi granata hanno un’altra filastrocca da recitare oltre a quella della formazione dei Campionissimi. Si immagina si spalanchi per il Toro un possibile ciclo vincente, ma non si fanno i conti con la Juventus, che non può mordere il freno oltre, e con il carattere fiammeggiante di Radice che, come un cerino, sa accendersi sul momento, ma presto, per mille motivi, la fiamma tende a spegnersi (lo riprova ciò che accadrà di nuovo quando, tornato alla guida dei granata, alla prima stagione del nuovo ciclo nel 1984-85 li porterà a un passo dal titolo, per poi tornare nei ranghi).
A riflettere, per il trainer che detiene il maggior numero di panchine della storia granata, la sua militanza al Torino rivela il tono di una vera e propria saga, un’avventura vissuta sempre ad alto livello, sia, al di là del titolo, per i successivi ottimi piazzamenti, sia per l’elettricità che il suo carattere e la sua personalità facevano continuamente circolare nel mondo granata.
Con il Torino (1975-80 e 1984-88), oltre al titolo, Radice consegna alle statistiche anche due secondi e un terzo posto ed altri dignitosi piazzamenti.
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