Luigi Meroni, “la Farfalla granata”

"Scende in campo con i calzettoni calati sulle caviglie, ne ha colto l’esempio da alcuni grandi che lo hanno preceduto come l’argentino Omar Sivori, il cui unico difetto è stato quello di essere juventino".

Non facile raccontare “Gigi” Meroni.

Il motivo, al di là dell’emozione che la sua persona sempre muove nel cuore e nella penna di chi, amante del Toro, si occupa di lui, è presto detto e spinge a una curiosa osservazione. Infatti, se il ritratto che ne esce si adatta in modo più o meno rigoroso allo stereotipo che di lui il tempo ci ha consegnato, ecco che lo troviamo abusato e convenzionale; se, al contrario, se ne discosta, stai certo, che chi legge si sente come ingannato, deluso.

Avvicinare, per conoscerla, l’eredità che la figura di Meroni ha consegnato al mondo del calcio, ma non solo, è un po’ come addentrarsi in un labirinto di sorprese continue, agitato da grandiosi slanci di luce, a volte riflessi in momenti di incertezze, delusioni.

Che Meroni avesse ricevuto in dono dalla dea del football – siamo convinti esista, ché diversamente non si spiegherebbero genialità calcistiche innate, spontanee e precoci di cui si ha ampia testimonianza – un talento a pochi concesso, è cosa indubbia, incuriosisce però che lo abbia fatto a piene mani, così da concedere al ragazzo tanti altri talenti da spendere in diversi aspetti della vita.

Non sorprende dunque come l’ispirazione mostrata in campo – con le sinuose veroniche a evitare un controllo, il dribbling stretto, spesso irriverente, ma mai malizioso, che gli consentiva di sgusciare come un folletto da una mischia o che ogni sua rete raramente risultasse banale – si sia manifestato in lui anche sotto altre e diverse forme, come l’estrosità nella vita quotidiana o la pittura e l’invenzione dei suoi stessi abiti.

E’ il presidente Pianelli a sostenere l’intuito del d.s. “Beppe” Bonetto, quando nella campagna acquisti dell’estate del 1964 accasa in granata due ali che sapranno far volare la squadra, non solo in senso figurato, ma concreto sul campo.

Hanno assonanza nel nome e persino nel cognome, in rima: “Gigi” Meroni e “Gigi” Simoni. Con questa operazione, perfettamente indovinata, Pianelli dà concretezza a quanto immaginato e comunque dichiarato sin da quando l’anno prima ha preso in mano il comando della società: cercare di dare forma a uno zoccolo duro di giocatori affidabili, capaci di legarsi alla maglia, un insieme da costruire stagione su stagione senza traumi, garantendo una o due tessere alla volta, col fine di approdare a un complesso compatto e unito.

Nel primo anno Giorgio Puia, ora, su tutti Meroni. Nereo Rocco lo accoglie con un bonario sorriso e prende subito a scherzare su barba, baffi, capelli lunghi, l’esatto contrario di quello che farà Edmondo Fabbri il c.t. della Nazionale che suggerirà un taglio deciso, un cambio di look al giovane granata. Sciocchezze, sulle quale Meroni glissa sempre con una spontaneità disarmante.

Non si inalbera a fronte delle critiche, né lo infastidisce più di tanto chi lo pizzica, con toni cattedratici, invocando una serietà di aspetto e comportamento che solo per i farisei sta nell’apparenza e non nel cuore, nelle intenzioni.

Sotto questo profilo Meroni è un ragazzo limpido, puro, coraggioso. E lo dimostra non soltanto scansando polemiche nella vita privata, ma soprattutto nel suo mestiere, che è quello di bravo calciatore. Scende in campo con i calzettoni calati sulle caviglie, ne ha colto l’esempio da alcuni grandi che lo hanno preceduto come l’argentino Omar Sivori, il cui unico difetto è stato quello di essere juventino.

Gioca da punta pura e incassare botte sta all’ordine del giorno, specie da parte di quei difensori che si sentono irrisi – ma non è la sua intenzione – dal suo modo leggero, disincantato, flessuoso e imprevedibile di trattare la palla. Non lo fa apposta a muoversi in lampi di luce, a cogliere l’attimo in cui sa che basta un niente per andar via a chi lo sta marcando; né sono frutto di riflessione, ma intuizione pura, i passi di danza, le finte, che lo liberano da ogni costrizione, da ogni controllo.

Il paradigma, la sintesi estrema, di questa sua abilità sta nella rete che il 12 marzo del 1967 realizza a San Siro contro l’Inter a danno e beffa del pur bravo portiere Giuliano Sarti.

Nel gesto vincente che porta al gol c’è tutto Meroni: leggerezza, spensieratezza, intuito, ardimento, sfida, tecnica, inventiva, precisione: la palla sembra appesa a un filo invisibile e al contempo guidata da un’energia tutta sua, capace di decidere la traiettoria che non darà scampo: un vero capolavoro, non a caso indimenticabile.

Come è difficile scordare l’atteggiamento simile allo sconforto, vien quasi da pensare presago di ciò che da lì a poco sarebbe successo, con cui Meroni lascia il campo del Comunale il 16 ottobre del 1967 a conclusione della franca vittoria granata per 4-2 sulla Sampdoria, al termine della sua ultima partita.

Il capo chino, il passo lento, danno l’idea di un ragazzo preoccupato, gravato da qualcosa di incombente.

In granata Meroni, come tante bandiere del Toro, non vince nulla, ma almeno si guadagna 6 presenze in azzurro.

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