“Prova a prendermi” sembrava dire Claudio Sala, quando scappando sulla fascia, destra o sinistra in modo indifferente, invitava l’avversario di turno ad agganciarlo per sottrargli la palla.
È in questa sua galoppata, che si protraeva fin sul fondo per poi chiudersi con un invito a centro area, che i tifosi riconoscevano il loro capitano, il loro “Poeta del gol”. In prima battuta, un soprannome improprio: Sala i gol li segnava col contagocce, ma a valutare meglio, c’è in esso un bel fondo di verità, perché la sfumatura nell’appellativo ci sta tutta, in quanto è dal tocco suggerito dal suo magico piede che nascono tante reti del Torino “tremendista” di Gigi Radice.
Pulici e Graziani, i due “Gemelli del gol”, lo sanno: se la progressione di Claudio arriva a buon fine, tocca poi a loro sbrigare la faccenda, ovvero chiudere l’azione possibilmente con successo. Se già da soli, per proprio conto, i due risultano letali per l’abilità che hanno nel fiutare, cercare e cogliere il bersaglio, gli appoggi, precisi e calibrati di Sala, li fanno diventare devastanti e i gol si contano a raffica.
Un autentico godimento, un piacere estetico, per i tifosi vederlo partire palla al piede. Il corpo flessuoso, come piegato nella voluta del matador che irrita il toro a colpirlo, che ondeggia e si fa imprevedibile per chi tenta di fermarlo. Ricamare insomma, ma non solo.
Epici, sul fronte del contrasto, i duelli nelle stracittadine con il bianconero Beppe Furino, battaglie incruente nelle quali l’agonismo toccava vertici assoluti. Durezza, sì, ma sempre nel lecito di una sportività che rendeva onore ai due protagonisti. Fine e radicato, leggero eppure concreto, una doppia natura da autentico campione.
Come definire diversamente la capacità di Sala di insaccare reti imprendibili nel classico tocco “a foglia morta” della palla: la si deve, pur colpendola con l’energia necessaria per farla arrivare a destinazione, al tempo stesso accarezzarla con quella giusta dose di raffinata sensibilità per imprimerle quel ghiribizzo di fantasia che ne fa un folletto imprendibile fra i guantoni del portiere?
Nessun dubbio mai sulle sue qualità, sin da quando nel Monza prima e nel Napoli poi, Sala prende a giocare nel calcio che conta. Piace la sua disinvoltura nell’affrontare l’avversario, quel tasso di genialità che rende mai banale ogni sua giocata; piace la personalità nell’assumere l’iniziativa, mentre quel suo essere padrone di ambo i piedi lo rende duttile e quanto mai utile nell’economia della squadra.
Eppure all’inizio non tutto fila per il meglio. Paradossalmente, forse proprio quel suo poter “far tutto” lo penalizza: a Napoli non sono pochi i suoi estimatori, ma ci sono anche quelli che non gli risparmiano critiche, a partire dal suo compagno Josè Altafini che, pur stimandolo, lo punzecchia invitandolo a darsi con fermezza un ruolo preciso: stare a metà del guado fra il ruolo di centravanti e di interno di regia non gli giova.
È con questa patente che nell’estate del 1969 Claudio Sala diventa un giocatore del Toro. Il d.s Beppe Bonetto e il presidente Pianelli colgono al volo l’opportunità e un congruo assegno fiacca la resistenza del presidente napoletano Ferlaino. L’inserimento in granata è subito al top.
Non è ancora l’incursore irrefrenabile che è destinato a diventare, lo ingabbia una posizione in campo che sia Cadè che Fabbri che Giagnoni gli chiedono di assumere. È con Radice che, alla fine, il bruco diventa una splendida farfalla che vola sulla linea laterale.
La consapevolezza di aver trovato la collocazione perfetta rende Sala un giocatore completo, appetito da tutti i club più prestigiosi. Ma Pianelli non molla e lo promuove capitano di una squadra vincente che riporta il tricolore sulle maglie granata.
L’undici di cui si fa condottiero ha tratti di gioco esaltanti e la tifoseria vive stagioni di fuoco. Ragazzi granata, a cominciare da Claudio, che meriterebbero molto più azzurro di quanto gli è concesso, ma, sfortuna loro, il Torino non è ancora abbastanza “pesante” per far sentire chiara e forte la sua voce.
Quando nell’estate del 1980, già preceduto da Castellini, Santin, Caporale e Mozzini, anche Sala viene ceduto, al Genoa, chi ama il Toro ha la netta sensazione che si sia chiuso in modo definitivo un meraviglioso arco di storia granata. Certo, in rosa restano ancora alcuni fra i Campioni del 1976 (Salvadori, Patrizio Sala, Pecci, Graziani, Pulici, Zaccarelli) ma l’addio del capitano è come un segno: si deve ripartire e non lo si potrà più fare con Pianelli.
Per Claudio in maglia granata, oltre allo scudetto del 1976 c’è la Coppa Italia del 1970-71, i 18 gettoni in Nazionale e, una volta rientrato al Torino, qualche panchina da mister in prima squadra e molte con le giovanili, per prestigiosi successi.



