Il legame che calcisticamente parlando unisce Trieste a Torino è molto forte. Alcuni fra i grandi della storia granata ne danno testimonianza. Se già non bastano i nomi di Giuseppe Grezar e Giorgio Ferrini, Cesare Maldini e Marino Lombardo, la figura di Nereo Rocco lo conferma.
Un tempo dare la propria parola per un impegno era considerato quasi un atto sacro. Questo aveva fatto Rocco quando il presidente Pianelli lo aveva contattato per metterlo alla guida del suo Torino. Ci aveva girato attorno alla presidenza per qualche tempo e poi, con un colpo di mano, tipico dell’abile giocatore qual era, Pianelli, sbaraccata a suon di milioni la concorrenza interna, aveva sparigliato il banco prendendosi la Società. E subito, chiare le idee, non aveva esitato a convocare il tecnico triestino.
Avesse atteso qualche momento in più, forse non ce l’avrebbe fatta a portarlo sotto la Mole, perché subito dopo il patto, sul finire della stagione 1962-63, Rocco aveva condotto il Milan, vincente sul Benfica nella finalissima di Londra, alla conquista della prestigiosa Coppa dei Campioni, prima squadra italiana a farcela.
Un’impresa storica, che avrebbe convinto tutti a ripensarci in merito alla promessa fatta a Pianelli. Vero è che al Milan il rapporto di Rocco con l’eminenza neppure tanto grigia di Gipo Viani era problematico, tuttavia passare dalla regina d’Europa al Toro, da poco risalito in A e, giusto giusto, squadra da metà classifica sì e no, era davvero un bel salto, ma c’era una parola d’onore di mezzo da rispettare e così…
L’ingaggio di Rocco, che tutti chiamano bonariamente, alla veneta, “el paron”, è un atto importante per il nuovo Torino che Pianelli ha in testa. Lo dimostra il fatto che, alla firma del contratto, in sede, attorno al presidente si dispiega tutto il resto della dirigenza: Giovanni Traversa e Giuseppe Navone i suoi bracci fidati.
Anche i tifosi sono su di giri, sebbene in molti si fossero per davvero affezionati a Beniamino Santos, l’allenatore granata delle tre precedenti stagioni, capace di stimolare la crescita di molti giovani di qualità. Ecco ciò che qualcuno pareva rimproverare al nuovo venuto: l’inguaribile tendenza nel preferire l’usato sicuro di un giocatore già avanti negli anni, all’imprevedibile rendimento che, nel corso di un campionato lungo e impegnativo, poteva offrire un giovane alle prime esperienze.
Rocco sa benissimo che cosa l’aspetta e, sin dalle prime battute con la stampa, cerca non solo di mettere le mani avanti, ma, soprattutto, di farsi latore di un messaggio nuovo in casa granata. La squadra si allena al Filadelfia, un campo che lui stesso ha calcato più volte in gioventù andando a incontrare anche quelli del Grande Torino.
Sente come il posto sia carico di storia e di umori, di nostalgie e responsabilità, di come la gente ami quella “culla”, come lo chiamerà Giovanni Arpino nella sua bella poesia, in modo viscerale, di come coloro che hanno visto Mazzola e compagni all’opera tengano nel cuore un affetto profondo e quali aspettative si prefigurino con il suo arrivo. Subito esordisce: “Difficile, ma lo sapevo.
E poi stare qua, al Filadelfia, con la gente che ha ancora negli occhi i campioni. So per certo che se anche vincessimo una partita in modo memorabile qualcuno appunterebbe che quegli altri l’avevano fatto in modo ancor più brillante. So che se anche uno dei nostri ragazzi segnasse un gol fantastico, che so, da trenta metri, salterebbe su qualcuno a dire che Valentino ne faceva a mazzi di reti simili e da molto più lontano… e via discorrendo. Ma è proprio da questo ginepraio di commozione e ricordi che dobbiamo uscire e lo faremo”.
Rocco promette e mantiene. Scrosta non solo le pareti degli spogliatoi, le gradinate e le reti del Filadelfia, ma rilucida a nuovo lo spirito del Toro, aiutato bene in questo dalla dirigenza che lo sostiene. E anche per la Juventus spende qualche parolina, quando, fra un sorriso e un ammiccamento, invita il popolo granata ad alimentare una fierezza che è giusto sia mantenuta integra, quand’anche i tempi non si rivelassero radiosi. Il messaggio di volizione e speranza è forte e attecchisce.
A segnalare che la dirigenza ha l’occhio lungo, arriva l’interno Giorgio Puia, un nazionale che Rocco si inventa stopper con una intuizione geniale e la difesa si fa salda. Dopo il primo anno di rodaggio, il Toro fa faville e chiude il campionato 1964-65 al terzo posto, un piazzamento che non si registrava dai tempi del Grande Torino.
E non basta: in Coppa delle Coppe i granata si vedono sottrarre la finale, dopo aver battagliato, ad armi politiche calcistiche impari, con i tedeschi del Monaco 1860. A farla breve: una grande annata, con alcuni ragazzi davvero oltre la media, come Gigi Meroni, Luigi Simoni, l’inglese Hitchens, l’impareggiabile Moschino, i boys granata Vieri e Rosato oltre al sempre più saldo Giorgio Ferrini.
Quando ci si aspetta l’ulteriore salto, tanto che in estate si parla di un Toro “quasi” da titolo, arriva il flop, un’ondata lunga che si porta a rimorchio anche la stagione 1966-67, l’ultima di Rocco al Toro.
Le sirene del Milan sono per lui un canto irresistibile e torna in rossonero.



